Pace non tregua
L’etimologia della parola “Pace” in latino ha almeno due significati: pace da una
guerra e pace interiore. La radice è quella del verbo “paciscor” che significa pattuire,
accordarsi, stipulare, prendere un impegno. Pace può significare quindi uno stato
personale interiore psicologico, oppure assenza di conflitti interni o esterni.
Il termine tregua risale al latino medievale, e indica una sospensione temporanea
delle ostilità. Se sfogliamo un testo di storia , frequentemente incontriamo il
termine pace, laddove andrebbe usato il vocabolo tregua, dal momento che gli
uomini sono vissuti da millenni non in pace ma da una tregua all’altra.
Lucrezio nel De rerum natura ricorre alla dea Venere unita a Marte, dio della guerra
in un sensuale amplesso erotico, per chiedere al suo amante di concedere al popolo
romano di vivere in pace, e la dea dell’amore aggiunge con soavi parole che
addolciscano l’animo bellicoso del dio della guerra che la pace sia placidam,
non una pace intesa come tregua fra due guerre, bensì una pax
che intervenga nella coscienza dei Romani rendendoli miti , sereni e lontani dai furori bellici, pace come
condizione della mente e dello spirito.
Da ottant’anni in Europa siamo abituati a considerare la Pace un bene acquisito,
garantito alla nostra società per sempre.
E rimaniamo sconcertati quando la guerra ci coinvolge da vicino, anche se non interviene
nel nostro Paese direttamente.
Le democrazie, nate nel Vecchio Continente dopo il Secondo Conflitto Mondiale, sono
fondate sui diritti e sulla partecipazione dei cittadini, la cui vita è regolata da un
patto costituzionale, che garantisce la dignità della persona. Da ottant’anni tali
democrazie hanno compreso l’importanza di collaborare in una situazione di equilibrio politico
e del rispetto dei diritti civili attraverso il libero scambio commerciale e culturale.
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni,antifascisti relegati al confino di Ventotene, già nel 1941, avevano elaborato un
nuovo progetto politico con il Manifesto per un’Europa libera e unita.
Tale Manifesto segnava l’atto di nascita del federalismo sovrannazionale, che avrebbe garantito agli
Stati europei la fine dei conflitti tra le nazioni, per giungere alla costituzione di uno
Stato Europeo federale, con un unico parlamento, un unico governo e un unico
sistema di difesa. Il processo federativo a passi lenti ha portato alla confederazione
di 27 nazioni, alla moneta unica, l’euro in circolazione in 20 stati membri dell’Unione
Europea, alla libera circolazione delle persone e delle merci, al progetto Erasmus
che fa sentire i nostri giovani parte di un’unica realtà statale; ma soprattutto, per la
prima volta nella storia del Vecchio Continente, il sogno federalista, pur se lontano
dall’essere tradotto in realtà, ha allontanato dall’Europa lo spettro della guerra che
torna a vivere quando si offusca la ragione e l’animo si inaridisce.
La guerra è la rottura di ogni equilibrio allorché un tiranno si erge a proclamarsi il più
forte e mira a fare grande la sua Nazione, col disprezzo di ogni vincolo umano. La
pace, al contrario, è equilibrio tra Stati che si rispettino e collaborino
reciprocamente in un pianeta che si consideri la casa comune. All’interno del singolo
Paese la pace è assicurata dalla tutela delle persone, dalla libertà di azione e di
parola, dal rispetto della dignità dell’individuo, nello spirito dell’eguaglianza dinanzi
alla legge.
La pace non è un dono concesso dall’alto, bensì un edificio da mantenere saldo fin
dalle sue fondamenta. Perciò, è necessario che ciascuno si faccia costruttore di pace
e si apra all’altro, con spirito di collaborazione, di solidarietà e di tolleranza. In tal
senso, la pace non è una semplice assenza di guerra, ma l’effetto di una costruzione
interiore.
« Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio »,
proclama Gesù nel Discorso della montagna (Mt5,9).
E questa è la voce che viene ripetuta con afflato civile e religioso dai pontefici del nostro tempo, rivolta agli uomini di buona volontà.
Platone, nel dialogo La Repubblica, considerava la pace come conseguenza della giustizia e Aristotele la collegava al vivere virtuosamente.
Senza ricorrere alle profonde considerazioni dei filosofi, il commediografo ateniese, Aristofane,
ha messo in scena nella sua commedia La Pace del 421 a,C, una rappresentazione
teatrale che oscilla tra l’umorismo e la dura realtà del momento che la Grecia stava
vivendo. Immagina che la dea della pace Eiréne, sia stata imprigionata da
Pòlemos, il dio della guerra, in una caverna ostruita da enormi macigni. Siamo nel periodo in cui le ostilità tra Atene e Sparta durante la guerra del Peloponneso avevano arrecato morte e distruzione fra le polis greche.
Un povero contadino, Trigeo, con l’aiuto del dio Ermes
riesce a liberare Eiréne , sicché il popolo può festeggiare il ritorno al
lavoro dei campi. Aristofane vuole sottolineare che sono infatti i più poveri, la gente
comune, le donne e i bambini a vivere in modo più drammatico la violenza della
guerra. La guerra è un affare di uomini, che non conoscono il dono e il privilegio
della maternità.
E ancora Aristofane nella sua celebre commedia Lisistrata(colei che scioglie gli eserciti) lancia il suo accorato appello alla pace, credendo nella capacità
delle donne di porre fine alla guerra, quella del Peloponneso, all’indomani della
disastrosa spedizione della flotta ateniese in Sicilia. Il piano di Lisistrata è duplice:
Tutte le donne delle polis belligeranti si uniscono in un solo movimento, decise a
rifiutarsi ai loro rispettivi uomini, finché non fosse finita la guerra. Quindi occupano
l’Acropoli e s’impadroniscono del tesoro di Atene, per impedire che il conflitto venga
finanziato con i soldi che dovevano servire a costruire progetti di pace.
Il piano riesce. La pace tra Atene e Sparta viene siglata e un banchetto festoso celebra la
riconciliazione tra i due popoli, tra gli uomini e le donne.
La commedia è un inno alla pace, al superamento dei contrasti tra i popoli, un bene
supremo che deve essere difeso soprattutto ricorrendo alle donne, che gli uomini
hanno sempre considerato il sesso debole. L’umanità forse sarà difesa proprio dalle
donne, perché da loro nasce la vita e ne comprendono il valore fin dalla gestazione.
Bellum, in latino guerra, è un sostantivo neutro, privo di ogni genere, la parola
pax invece, conserva in sé il genere femminile.
E sulla possibilità di giungere ad una pace universale riflette Immanuel Kant nel suo
saggio “Per la pace perpetua” del 1795.
Il filosofo tedesco analizza le condizioni
Il filosofo tedesco analizza le condizioninecessarie per raggiungere una pace duratura. Sostiene che la costituzione civile di
ogni Stato deve essere repubblicana, basata sulla separazione dei poteri, come aveva affermato già Montesquieu, per garantire una partecipazione democratica dei cittadini, che di per sé rifiutano la guerra, e possono opporsi al dispotismo dei sovrani che decidono le guerre per una irrazionale ambizione personale.
Nel Saggio Kant sostiene che il diritto interazionale deve essere fondato su un federalismo di liberi Stati che attraverso il diritto e il dialogo diplomatico risolvano le controversie.
Tra i principi giuridici e politici propone la soppressione degli eserciti e la libera
circolazione degli individui che non debbono essere trattati ostilmente nel paese
straniero che visitano, anzi ogni individuo deve sentirsi cittadino del mondo, e
l’ospitalità deve essere considerata sacra, perché attraverso la conoscenza reciproca
si favorisce il commercio e si pone alla base di una integrazione pacifica a livello globale.
Per Kant non c’è idea di progresso umano disgiunta da quella di pace, e per
una pace che sia appunto duratura, quale naturale disposizione dell’uomo. di fronte
alla storia che i nostri giovani studiano come cronistoria di tutte le guerre,
intervallate da periodi di tregua. Da questa condizione di insicurezza permanente, gli
individui, osserva Kant, avevano il dovere morale di uscire per non continuare a
danneggiarsi a vicenda legati alla concezione hobbesiana dell’homo homini lupus.
Il diritto ha quindi per Kant una valenza intrinsecamente deontologica: l’abbandono
della guerra è un imperativo categorico, una questione etica che non riguarda più
solo il rapporto tra individui, come era per i giusnaturalisti, ma anche quello tra
Stati, esposti a conflitti e contrasti tra una tregua e l’altra.
Nella Prefazione alla Pace Perpetua del 1985 Norberto Bobbio commentava con uncerto scetticismo che “Kant aveva una concezione ottimistica della storia, una
concezione che oggi noi non abbiamo più.” Non si sbagliava.
La Società delle Nazioni, nata dopo la fine del Primo conflitto mondiale, e l’ONU,
fondata il 24 ottobre 1945, hanno tratto ispirazione dal saggio kantiano, anche se gli effetti non hanno garantito il prevalere della diplomazia sulla violenza della guerra e
tali organizzazioni non sono riuscite a sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni.
Il sonno della ragione genera mostri e l’uomo non si è liberato del suo stato di natura,
ancora homo homini lupus. A ragion veduta, quindi, tutti noi, cittadini del Vecchio
Continente, non dobbiamo smarrire la rotta che dalla fine del secondo conflitto
mondiale, ci ha reso pionieri e protagonisti di un modello politico nuovo, ispirato al
pensiero di Kant, gli Stati Uniti d’Europa.
Guerra è sinonimo di kaos, pace sinonimo di cosmo. Il kaos è il disordine, la pace è
l’armonia. Armonia era una divinità olimpica, figlia di Ares, dio della guerra e
Afrodite dea dell’amore, presso gli antichi Greci. Ares, Marte, ed Afrodite, Venere, li
ritroviamo nel pantheon romano, e rappresentano i due aspetti dell’animo umano,
lo spirito dionisiaco irrazionale e lo spirito apollineo, fatto di luce e di equilibrio.
L’armonia è la sintesi di questo processo dialettico.
Diamo quindi la voce ai poeti, a conclusione di questo mio intervento, con la lettura
di una poesia del drammaturgo tedesco
che visse la tragica esperienza delle due Guerre mondiali:
che visse la tragica esperienza delle due Guerre mondiali:I bambini giocano alla guerra, una poesia
sulla pace, che ci induce a riflettere sui drammatici momenti che stiamo vivendo, a
cui assistiamo con consolidata indifferenza:
I bambini giocano alla guerra
I bambini giocano alla guerra.
È raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
È la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.
Bertold Brecht
Dopo l’orrore della Seconda Guerra mondiale,
Salvatore Quasimodo prende le
Salvatore Quasimodo prende ledistanze dalla poetica ermetica della sua prima produzione, per una poesie civile di
denuncia della violenza umana. Così, la condanna della guerra e il desiderio di
lanciare all’umanità appelli che valorizzino la pace, la fratellanza e la solidarietà
diventano i temi predominanti. Ma è anche difficile affidare ai versi il dramma
umano. La poesia non ha più voce quando “il piede straniero
calpesta il cuore e uccide ogni sentimento umano di bontà. I poeti appendono ai rami dei salici le loro cetre che oscillano lievi al triste vento. I versi richiamano il Salmo 137 della Bibbia, allorquando i sacerdoti ebrei, oppressi dalla schiavitù babilonese, si rifiutavano di
cantare inni al Signore in terra straniera, e appendevano le loro cetre ai salici. La
denuncia della guerra è un appello che il poeta rivolge all’umanità:
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Giorno dopo giorno 1947
Nel 1945, al termine del secondo conflitto mondiale e davanti alle tragedie delle due
bombe atomiche che hanno lasciato attonito il mondo, la storia si è fermata: l’uomo
ha dimostrato quanto il suo stesso progresso poteva brutalmente farlo regredire.
IL poeta denuncia l’iato che l’uomo ha creato tra il suo continuo sviluppo scientifico,
capace di sottoporre la natura alla sua volontà e il progresso della coscienza, che
tiene in perpetuo stato di allerta il Caino che è in noi, nel nostro DNA.
La scienza, come macchina di guerra, è diventata un’arma, con il rischio che sfugga al controllo
dell’intelligenza umana, sempre più seminatrice di morte.
Dinanzi all’immane desolazione dello sterminio e della distruzione,
il poeta esorta i giovani a dimenticare i padri, dal momento che la storia non è stata maestra di vita.
L’unica speranza che apre uno squarcio di luce dinanzi al lamento d’agnello dei fanciulli e
all’urlo nero della madre che corre incontro al figlio crocifisso al palo del telegrafo è
che le nuove generazioni s’impegnino a costruire un futuro di pace e lascino che le
colpe del passato affondino nella cenere e ne cancellino per sempre il ricordo.
Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore
si legge nell’Epitaffio sulla lapide dei martiri dell’Olocausto nucleare di Hiroshima). Le vittime della guerra non potranno più commettere errori,
noi vivi sì se continueremo ad oscurare le nostre coscienze.
Ma chi decide cos’è la pace, si chiede Paolo Mieli nella sua ultima pubblicazione.
Siamo sicuri che ciò che chiamiamo pace dal nostro punto di vista lo sia per tutti?
Dopo la guerra può esistere una pace giusta e duratura? La risposta che dà lo storico
è molto amara: La pace è solo una tregua se costruita sui rancori e i nodi irrisolti
della guerra precedente. Una pace ingiusta e imposta con la forza turba l’equilibrio
fra le nazioni e diventa l’humus da cui nasceranno altre violenze.
Palmiro Togliatti, segretario del PCI, in qualità di Ministro di Grazia e Giustizia, varònel 1946 l’amnistia per reati comuni e politici, inclusi molti crimini fascisti, con
l’obbiettivo di “pacificazione nazionale” e di stabilizzazione politica, un valido
provvedimento che espose il ministro ad un grave attentato, ma che evitò una
probabile guerra civile e consentì a tutti i cittadini e a tutte le cittadine di partecipare
alla vita pubblica della nazione.
I Padri costituzionali andarono oltre e nell’art. 11 della Carta costituzionale
sancirono:
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di
parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento
che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Lo spirito che anima la nostra Carta Costituzionale va oltre il diritto delle genti, in
quanto augura una sorta di palingenesi etica che entra in comunione con il secondo
grande comandamento della morale cristiana: ama il prossimo tuo come te stesso.
Non è solo un comandamento, ma rappresenta la chiave del futuro dell’umanità.
Libera Università “T. Marrone” 24 ottobre 2025
Prof. Antonino Tobia

