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Il prurito tra cause dermatologiche e cause sistemicheIl prurito tra cause dermatologiche e cause sistemiche La Dott.ssa Vita Maltese, una delle dermatologhe più note della provincia di Trapani, ha diffusamente illustrato cause e rimedi del prurito Relatore: dott.ssa Vita Maltese – dermatologa Di seguito, alcune informazioni preliminari sul prurito: ll prurito può nascere direttamente dalla pelle (cause dermatologiche) oppure essere il segnale di un problema interno dell’organismo (cause sistemiche). La distinzione è fondamentale perché orienta diagnosi e trattamento Cause dermatologiche del prurito Pelle secca (xerosi) • Molto comune in inverno, negli anziani • La barriera cutanea si altera, provocando infiammazione. Dermatite atopica ed eczemi • Prurito intenso, spesso notturno. • Chiazze eritemato‑desquamative, lichenificazione da grattamento. Dermatite da contatto • cosmetici, detersivi, metalli. • Può estendersi oltre la zona di contatto. infezioni cutanee • Prurito molto intenso, soprattutto di notte. Il prurito sistemico è spesso generalizzato, senza lesioni primarie evidenti. Può essere un segnale di patologie interne. Cause neurologiche • Sclerosi multipla e altre neuropatie possono generare prurito senza eruzione cutanea. Disfunzioni tiroidee • Sia ipertiroidismo che ipotiroidismo possono manifestarsi con prurito. Farmaci • Molti farmaci possono indurre prurito Cause psicogene • Ansia e depressione possono amplificare o generare prurito. È consigliabile rivolgersi a un medico se: • il prurito dura più di 4–5 settimane; • non ci sono lesioni cutanee evidenti; • è molto intenso o disturba il sonno; • si associa a febbre, calo di peso, ittero o stanchezza

 Di seguito, alcune informazioni preliminari sul prurito:

ll prurito può nascere direttamente dalla pelle (cause dermatologiche) oppure essere il segnale di un problema interno dell’organismo (cause sistemiche).

La distinzione è fondamentale perché orienta diagnosi e trattamento

 Cause dermatologiche del prurito

Pelle secca (xerosi)

  •             Molto comune in inverno, negli anziani
  •             La barriera cutanea si altera, provocando infiammazione.

 Dermatite atopica ed eczemi

  •             Prurito intenso, spesso notturno.
  •             Chiazze eritemato‑desquamative, lichenificazione da grattamento.

 Dermatite da contatto

  •             cosmetici, detersivi, metalli.
  •             Può estendersi oltre la zona di contatto.

infezioni cutanee

  •             Prurito molto intenso, soprattutto di notte.

Il prurito sistemico è spesso generalizzato, senza lesioni primarie evidenti. Può essere un segnale di patologie interne.

 Cause neurologiche

  •             Sclerosi multipla e altre neuropatie possono generare prurito senza eruzione cutanea.

 Disfunzioni tiroidee

  •             Sia ipertiroidismo che ipotiroidismo possono manifestarsi con prurito.

Farmaci

  •             Molti farmaci possono indurre prurito

 Cause psicogene

  •             Ansia e depressione possono amplificare o generare prurito.

È consigliabile rivolgersi a un medico se:

  •             il prurito dura più di 4–5 settimane;
  •             non ci sono lesioni cutanee evidenti;
  •             è molto intenso o disturba il sonno;
  •             si associa a febbre, calo di peso, ittero o stanchezza

Di seguito, alcune informazioni preliminari sul prurito:

ll prurito può nascere direttamente dalla pelle (cause dermatologiche) oppure essere il segnale di un problema interno dell’organismo (cause sistemiche).

La distinzione è fondamentale perché orienta diagnosi e trattamento

 Cause dermatologiche del prurito

Pelle secca (xerosi)

  •             Molto comune in inverno, negli anziani
  •             La barriera cutanea si altera, provocando infiammazione.

 Dermatite atopica ed eczemi

  •             Prurito intenso, spesso notturno.
  •             Chiazze eritemato‑desquamative, lichenificazione da grattamento.

 Dermatite da contatto

  •             cosmetici, detersivi, metalli.
  •             Può estendersi oltre la zona di contatto.

infezioni cutanee

  •             Prurito molto intenso, soprattutto di notte.

Il prurito sistemico è spesso generalizzato, senza lesioni primarie evidenti. Può essere un segnale di patologie interne.

 Cause neurologiche

  •             Sclerosi multipla e altre neuropatie possono generare prurito senza eruzione cutanea.

 Disfunzioni tiroidee

  •             Sia ipertiroidismo che ipotiroidismo possono manifestarsi con prurito.

Farmaci

  •             Molti farmaci possono indurre prurito

 Cause psicogene

  •             Ansia e depressione possono amplificare o generare prurito.

È consigliabile rivolgersi a un medico se:

  •             il prurito dura più di 4–5 settimane;
  •             non ci sono lesioni cutanee evidenti;
  •             è molto intenso o disturba il sonno;
  •             si associa a febbre, calo di peso, ittero o stanchezza
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La scienza al femminile: Margherita Hack

Relatore: prof.ssa Adriana Abate Occhipinti

Immagine riferita a: La scienza al femminile: Margherita Hack Margherita Hack è una figura molto amata: sapeva unire rigore scientifico, ironia toscana, libertà di pensiero e una capacità rara di parlare a tutti. 

Nacque a Firenze il 12 giugno 1922.  Studiò al liceo classico ‘Galileo’ di Firenze poi si iscrisse a Fisica all’Università di Firenze, dove si laureò con una tesi sulle Cefeidi, stelle variabili che saranno centrali nella sua futura ricerca.

  • È stata una delle più importanti astrofisiche italiane del Novecento.
  • Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, quello di Trieste (dal 1964 al 1987).
  • Margherita Hack era molto nota anche per le sue attività in campo sociale e politico.Era atea, non credeva in nessuna religione o forma di soprannaturalismo.A tal proposito è da ricordare l’incontro avuto il 20 gennaio 2010 al Palazzo della Gran Guardia con il Vescovo di Verona Zenti, dove esprime al meglio il suo essere atea e donna di scienza.Immagine riferita a: La scienza al femminile: Margherita HackRiteneva inoltre che l’etica non derivasse dalla religione, ma da ‘principi di coscienza’ che permettono a chiunque di avere una visione laica della vita, ovvero rispettosa del prossimo, della sua individualità e della sua libertà.

    Fu avversa a ogni forma di superstizione, comprese le pseudoscienze.

    Morì a Trieste il 29 giugno 2013, a 91 anni.

    La città le ha dedicato un’asteroide, 8558 Hack.

  • Contribuì in modo decisivo allo studio e alla classificazione spettrale di molte categorie di stelle.
  • Collaborò con i principali osservatori europei e con l’ESA.
  • Fu soprannominata ‘la signora delle stelle’.

Divulgazione e impegno civile

  • Grande comunicatrice: partecipò a programmi TV, scrisse libri, articoli, conferenze.
  • Difese con forza la laicità dello Stato, i diritti civili, il pensiero scientifico.
  • Fu vegetariana e sostenitrice del rispetto per tutti gli esseri viventi, in linea con l’educazione teosofica dei genitori.
  • Morì a Trieste il 29 giugno 2013, a 91 anni.
  • La città le ha dedicato un’asteroide, 8558 Hack, e numerosi omaggi pubblici.
  • La relatrice, alla fine della sua conferenza, è stata molto applaudita dal pubblico presente.

 

 

 

 

 

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Uno scultore maledetto a Parigi

Amedeo Modigliani visse una vita breve, febbrile, segnata da malattia, povertà e un’ostinata dedizione all’arte. La sua parabola biografica è inseparabile dal mito dell’artista ‘maledetto’, ma questo mito – se guardato con attenzione – dice più su di noi che su di lui.

 📜 1. La vita: una corsa contro il tempo

Origini e formazione

  •             Nato a Livorno nel 1884, in una famiglia ebrea in difficoltà economiche.
  •      
  •        Malato fin da giovane (tubercolosi), condizione che lo accompagnerà per tutta la vita.
  •             Si forma tra Livorno, Venezia e poi Parigi, dove arriva nel 1906.

Parigi: la fucina

  •             Entra in contatto con Picasso, Utrillo, Soutine, Brâncuși.
  •             Vive in povertà, spesso sostenuto da amici e mecenati occasionali.
  •             Alterna pittura e scultura, ma abbandona quest’ultima per motivi di salute.

Stile e poetica

  •             Celebre per volti allungati, collo affusolato, sguardi vuoti: non deformazioni, ma essenzializzazioni.
  •             I suoi nudi, sensuali e ieratici, scandalizzarono la Parigi borghese.

Fine tragica

  •             Muore nel 1920, a 35 anni, per meningite tubercolare.
  •             Il giorno dopo, la compagna Jeanne Hébuterne, incinta, si suicida.

 ⚖️ 2. Il giudizio morale: un terreno scivoloso

Modigliani è spesso giudicato attraverso due lenti:

  1.            La vita dissoluta (alcool, droghe, povertà, disordine)
  2.   
  3.          Il genio artistico (la purezza della sua ricerca formale)

Ma entrambe le lenti

 rischiano di essere ingannevoli.

La sua malattia, la povertà, l’alcool non sono ‘vizi romantici’: sono condizioni materiali e psicologiche di un uomo fragile, in un ambiente spietato.

Giudicarlo moralmente per questo significa confondere la vulnerabilità con la colpa.

Il mito dell’artista maledetto è una costruzione culturale.

Modigliani non crea grazie alla sofferenza, ma nonostante essa.

✔️ Una via più onesta

Un giudizio morale sensato non riguarda la sua condotta privata, ma la sua coerenza artistica:

  •             Non ha mai ceduto alle mode.
  •             Ha perseguito una forma di bellezza interiore, essenziale, quasi metafisica.
  •             Ha trattato i suoi soggetti con una dignità austera, mai caricaturale.

La sua ‘moralità’ è nella fedeltà alla propria visione, non nella sua biografia.

 🧩 3. Modigliani come figura simbolica

Modigliani incarna una tensione altissima:

la bellezza come forma di resistenza all’imperfezione del mondo.

  •             I suoi volti senza pupille non sono vuoti: sono aperture.
  •             I colli allungati non sono manierismo: sono slancio.
  •             La sua vita breve non è fallimento: è intensità.

Il vero giudizio morale, forse, è questo:

ha trasformato la fragilità in stile, la malattia in eleganza, la povertà in essenzialità.

 🔍 Tuna domanda – è più ‘morale’ un artista che vive bene ma crea poco,

o uno che vive male ma lascia un’opera che continua a interrogare il mondo?

 

Autore Legre

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La presenza della donna nella letteratura italiana : 1926 Premio Nobel a Grazia Deledda

La comparsa della donna nella letteratura italiana è tardiva. Tra il Quattrocento e il Cinquecento si hanno testimonianze di donne che si aprono soprattutto alla poesia, per affidare ai versi le loro ansie, le passioni e i desideri, tutto un mondo sentimentale che le donne, il più delle volte, sono costrette a nascondere nel loro cuore e ad elaborare nella loro mente. La poesia diventa la voce dell’anima, ma esprime anche il livello altissimo della civiltà rinascimentale e il grado di raffinatezza della cultura del Cinquecento, che anche le donne riescono ad assimilare. L’educazione alla poesia è aperta anche alle donne, a differenza degli studi d’impegno culturale elevato. Si tratta, comunque, di poetesse appartenenti all’alta aristocrazia, inserite in un contesto culturale stimolante, che vivono spesso in ambienti frequentati dai migliori intellettuali del tempo. Tre poetesse meritano di essere ricordate per il livello poetico raggiunto.

Isabella di Morra, assassinata dai fratelli all’età di venticinque anni (1546), oggi è letta e ammirata grazie agli studi di  Benedetto Croce, che la considerò una delle voci più autentiche della poesia femminile del 1500. Il Canzoniere che ci ha lasciato è lo specchio delle sofferenze e dei tormenti vissuti all’interno del castello lucano, in cui i fratelli l’avevano segregata e successivamente uccisa.

Torbido Siri, del mio mal superbo, / or ch’io sento da presso il fin amaro, / fa’ tu noto il mio duolo al padre caro, / se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo. / Dilli com’io, morendo, disacerbo / l’aspra fortuna e lo mio fato avaro, / e, con esempio miserando e raro, / nome infelice alle tue onde io serbo

Veronica Gambara, vissuta in ambiente rinascimentale, ebbe la fortuna di essere nata in una famiglia impegnata nello studio della cultura umanistica, di cui Veronica fin dall’adolescenza poté fruire. Il petrarchismo, allora di moda, conseguente alla pubblicazione delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, amico di famiglia, non irrigidì le Rime della Gambara, dentro gli stilemi petrarcheschi, al contrario, la sua poesia è giudicata dai critici tra la migliore produzione lirica italiana. In particolare, il critico Bonora annota che nei versi di Veronica “l’accento moralistico linguistico, che le era naturale, addolciva la sua severità, i pensieri si snodavano con la grazia di un pacato ragionare, cui la lingua nobile ma non artefatta riusciva a conferire un accento aristocratico”.

Il Sapegno, inoltre, attribuisce uno dei posti più alti della lirica del Cinquecento al Canzoniere di Gaspara Stampa, le cui liriche sono un diario ed epistolario insieme delle sue delusioni, delle rare gioie, della sua passione amorosa. Il Canzoniere, “in uno stile aperto, non troppo sostenuto, ma neppure sciatto… svolge una trama di dati psicologici intensamente vissuti in un giro riconoscibile di formule e di immagini”. In pieno Rinascimento le donne hanno privilegiato questa forma letteraria

Dal veder voi, occhi sereni e chiari,
Nasce un piacer ne l’alma, un gaudio tale
Che ogni pena, ogni affanno, ogni gran male
Soavi tengo, e chiamo dolci e cari.

Dal non vedervi poi, soavi e rari
Lumi, del viver mio segno fatale,
In sì fiero dolor quest’alma sale,
Che i giorni miei son più d’assenzio amari.

Quanto contemplo voi, sol vivo tanto,
Limpide stelle mie soavi e liete,
E il resto de la vita è affanni e pianto.

Però, se di vedervi ho sì gran sete,
Non v’ammirate; chè ogn’un fugge quanto
Più può il morir, del qual voi schermo sete.

Vittoria Colonna, una delle figure più eminenti della storia culturale del Rinascimento, ebbe un profondo legame spirituale con Michelangelo e visse intensamente i problemi religiosi del suo tempo. Nei suoi sonetti, secondo il Sapegno “il fascino dell’intelligenza si mescola a quello della grazia e della femminilità”.

S’in man prender non soglio unqua la lima
del buon giudicio, e, ricercando intorno
con occhio disdegnoso, io non adorno
né tergo la mia rozza incolta rima,

nasce perché non è mia cura prima
procacciar di ciò lode, o fuggir scorno,
né che, dopo il mio lieto al Ciel ritorno,
ma dal foco divin, che ‘l mio intelletto,
sua mercé, infiamma, convien ch’escan fore
mal mio grado talor queste faville;

e s’alcuna di lor un gentil core
avien che scaldi mille volte e mille
ringraziar debbo il mio felice errore.

l cammino dell’emancipazione della donna sul piano letterario, prima ancora che su quello sociale e politico, sarà lungo e accidentato. Ancora per secoli, la donna continuerà a coltivare la scrittura come forma personale di monologo diaristico. La maggior parte di esse saranno costrette a scriver di nascosto e a tenere chiusi nei loro cassetti i segreti dei loro cuori e il frutto delle loro riflessioni, per evitare censure e pregiudizi.

 In età romantica si giunge ad una svolta importante:  la donna non è più solo motivo d’ispirazione poetica e musa di poeti e artisti, ma acquista un suo spazio come soggetto che si impone in campo letterario e le sue opere cominciano ad apparire nel mercato editoriale, pur con i limiti imposti dalla sua esclusione dalla partecipazione alla vita sociale e politica. Un fattore altamente discriminante è costituito soprattutto dal fatto che le fanciulle ricevano ancora un livello minimo di educazione. L’analfabetismo femminile registra fino al Novecento un tasso  di gran lunga più elevato rispetto a quello maschile. In Italia nel 1911, l’anno dell’impesa di Libia, in età giolittiana, si registra il 31% di analfabeti fra gli uomini e il 42% fra le donne; nel 1961 queste proporzioni si riducono al 6% fra gli uomini e al 10% fra le donne[1]. A partire dal 1962, quando il Parlamento italiano approva la legge istitutiva della scuola media unica, che estende l’obbligo al quattordicesimo anno di età e unifica tutte le scuole successive alle elementari, si ha un notevole incremento della popolazione scolastica, cosicché si passa, grazie soprattutto alla istituzione di numerose sedi scolastiche in borghi e piccoli paesi periferici, dai 745.514 alunni degli anni 1941- 50, ai 2.433.986 degli anni 1961-65. Tuttavia, si riscontra ancora una notevole differenza tra il numero dei maschi iscritti (1.437.917) e il numero delle femmine (996.067)[2]. La strada dell’equiparazione dei sessi però è ormai tracciata. La scuola media unica, istituita nel 1962, impone alle famiglie di far continuare gli studi dopo le elementari anche alle figlie femmine, che arricchiscono gli anni della loro adolescenza di un grado di socializzazione più ricco d’incontri con docenti laureati e possono meglio scoprire le loro attitudini, competenze e capacità. La frequenza scolastica delle classi della media inferiore apre nuovi orizzonti culturali a studenti e studentesse che cominciano ad incontrarsi nelle classi miste, propone un nuovo modo induttivo di approccio allo studio, diverso dall’apprendimento elementare, incentrato sul cosiddetto sussidiario nozionistico. Le ragazze finalmente non si sentono più solo relegate alle faccende domestiche, dopo aver appreso le nozioni elementare di leggere scrivere e far di conto né a prefiggersi, come obiettivo essenziale alla loro esistenza, il matrimonio, che le conferisce il riconoscimento etico di “angelo del focolare domestico”, e sociale di ancilla domini, cioè assoggettata al marito. Tuttavia, la concezione maschilista, che perdura e si diffonde maggiormente negli anni del regime fascista, continua a rappresentare un limite per la crescita culturale delle donne, perché impedisce loro di pervenire ad una cultura superiore e accademica. Non è un caso se alcune scrittrici come Sibilla Aleramo, Grazia Deledda, Ada Negri, Matilde Serao siano costrette a colmare le carenze letterarie con strumenti approssimativi da loro stesse scelti. Non riescono, infatti, a seguire un regolare corso di studi accademici, e devono fidarsi del loro impegno individuale, fatto di scelte personali, di letture disordinate, per poter dar vita alla propria vocazione artistica, con una tecnica di scrittura più spontanea rispetto ai moduli narrativi maschili e più propensa ad analizzare psicologicamente le esperienze vissute o mediate dalle letture fatte.

La produzione femminile di romanzi nel Novecento è alquanto varia.  Sono molto diffusi a livello popolare i romanzi d’appendice che Carolina Invernizio pubblica nella Gazzetta di Torino. Si tratta di temi che mescolano scene di sentimentalismo romantico a vicende di crudo verismo, adatti ad incontrare il gusto delle lettrici di mediocre cultura. È sufficiente ricordare i titoli di alcune opere come Il bacio di una morta, La vendetta di una pazza, L’orfano del ghetto e altri insistenti sulla medesima tematica.

 Di livello artistico decisamente superiore è la produzione di Matilde Serao, le cui notevoli doti giornalistiche si riflettono nella sua vasta opera narrativa, che comprende una quarantina di volumi. Tra i suoi romanzi, usciti tra il 1890 e il 1900, godono ancora di buona memoria soprattutto Il ventre di Napoli, il cui titolo richiama il romanzo di Zola Il ventre di Parigi e Il paese di cuccagna, in cui la scrittrice dipinge gli ambienti del popolo e della piccola borghesia napoletana, colta soprattutto nella passione per il gioco del lotto, secondo moduli che risentono della produzione naturalistica francese, quella di G. Flaubert e E. Zola. I personaggi femminili, trattati con una finezza d’intuito psicologico, sono spesso “protagonisti di storie dolorose e a volte lacrimose, ma condotte con una dignità di stile non comune nelle opere d’appendice”[3] .

Non è tramontato l’interesse dei lettori contemporanei per il romanzo di Sibilla Aleramo, apparso nel 1907, Una donna. L’opera, respinta all’inizio dagli editori Treves, Baldini & Castodi, riflette un’intensa e sofferta esperienza autobiografica, quella di una giovane provinciale, autodidatta, maritata e presto madre prima di aver raggiunto la maturità. L’autrice trae spunto da fatti vissuti per dar vita alla sua ribellione, sia per denunciare gli ostacoli frapposti dalla società alla emancipazione della donna, sia per affrontare con vivace spirito critico i temi cari all’Unione femminile nazionale, di cui Sibilla era fervida sostenitrice. La vita dell’Aleramo conosce la sofferenza di chi è costretta a inibire la forte carica individualistica, che la spinge a vivere passioni travolgenti, drammatici momenti di gravi delusioni e pesanti difficoltà economiche. Di formazione politica socialista, si rivolge al Duce per essere nominata tra i membri dell’Accademia d’Italia. Il prestigioso consesso culturale, voluto dal duce per controllare la classe intellettuale italiana, non ammette donne e la richiesta della scrittrice viene respinta. L’unica donna ammessa nella Reale Accademia sarà Ada Negri nel 1940, per decisione dello stesso Mussolini, che nel 1931 le ha conferito il Premio Mussolini. Psicologicamente provata, giunta sull’orlo del suicidio, Sibilla trova nella poesia e nella prosa la via per uscire dal male oscuro e scopre che può ritrovare se stessa e riacquistare la sua dignità di donna, oltre che nell’impegno politico, soprattutto nella scrittura. Così, affronta un doloroso percorso interiore, decide di separarsi dal marito e di staccarsi dal suo bambino, al quale dedica Una vita nella speranza che da grande possa comprendere la scelta sofferta dalla madre. In Sibilla, arte e vita creano un binomio indissolubile e, come sottolinea Giulio Ferroni, “in lei ogni problematica intellettuale e culturale si sottopone al fuoco di un’appassionata indagine autobiografica”.

Negli stessi anni la scrittrice londinese Virginia Woolf, considerata una delle principali figure femminili del XX secolo, con i suoi scritti porta avanti la sua lotta per la parità dei diritti tra i sessi. Vengono rigettate le definizioni stereotipate della donna “angelo della casa e custode del focolare domestico”, riconosciute come   limiti imposti dal maschilismo e da un malcelato secolare misoginismo presente in tutte le civiltà, dall’età classica al mondo cristianizzato. Per tanti secoli rimase in vigore l’antica iscrizione funebre latina “D.M.L.F.” (domi mansit lanam fecit), che serviva ad esaltare le virtù domestiche, ancora più se il consorte o il padre  vi aggiungeva casta vixit.

Nel 1926 per le scrittrici italiane avviene un importante riconoscimento di livello internazionale: è l’anno in cui viene assegnato a Grazia Deledda il premio Nobel per la letteratura.

Grazia Deledda nacque a Nuoro mercoledì 27 settembre 1871, quinta di sette figli, da famiglia agiata, borghese, discendente da pastori e agricoltori benestanti.

Il padre, Giovanni Antonio, aveva intrapreso gli studi giuridici fino a diventare procuratore legale. Tuttavia, non svolse mai la professione di avvocato e anziché compulsare i codici preferì dedicarsi al commercio del carbone.

 Grazia  riuscì a frequentare solo le scuole elementari, ma in seguito la famiglia ne curò una preparazione approssimativa, facendo seguire l’adolescente  da un precettore privato. Infatti, la bambina mostrava interesse fin da piccola per tutto ciò che riguardava il mistero della scrittura, in particolare interessava la scolaretta: “ la libreria del signor Carlino, dove si vendono i quaderni, l’inchiostro, i pennini; tutte quelle cose magiche, insomma, con le quali si può tradurre in segni la parola, e più che la parola il pensiero dell’uomo”.

Ebbe modo, in seguito, di approfondire da sola gli studi letterari. 

Nel romanzo autobiografico Cosima, Grazia così ritrae se stessa:

Piccola di statura, con la testa piuttosto grossa, mani e piedi minuscoli, con tutte le caratteristiche fisiche sedentarie delle donne della sua razza, forse di origine libica, con lo stesso profilo un po’ camuso, i denti selvaggi e il labbro superiore molto allungato; aveva però una carnagione bianca e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati e gli occhi grandi, a mandorla, di un nero dorato e a volte verdognolo, con la grande pupilla appunto di razza camitica, che un vecchio poeta latino chiamò ‘doppia pupilla’, di un fascino passionale irresistibile”. Nello stesso romanzo, la Deledda opera un recupero memoriale della sua casa d’infanzia, quando a lei bambina il mondo che la circondava appariva straordinario. Cosima “pare venuta da un mondo diverso da quello dove vive, e la sua fantasia è piena di ricordi confusi di quel mondo di sogno, mentre la realtà di questo non le dispiace, se la guarda a modo suo, cioè anch’essa coi colori della sua fantasia”. In questa fusione di mondo reale e mondo fantastico si ritroverà sempre il temperamento della Deledda, scrittrice e donna. Lei osserva il mondo in cui è immersa, lo metabolizza, ne toglie i contorni che lo definiscono e lo dilata con la sua fantasia, trasformandolo in favola e sogno.

Grazia Deledda iniziò giovanissima la sua attività letteraria, senza avere acquisito una formazione culturale né scolastica, né tanto meno adeguatamente strutturata. Già adolescente, seguiva la vocazione innata di scrivere, incurante dei mezzi espressivi, con la spontaneità che richiedeva la sua immaginazione e la sua colorita fantasia.

Le novelle pubblicate dall’editore milanese Luigi Trevisini nel 1890, sotto il titolo Nell’azzurro, cominciarono ad interessare intellettuali come De Gubernatis, professore di letteratura italiana, orientalista e glottologo, col quale intessè una lunga e affettuosa corrispondenza epistolare. È un carteggio fittissimo quello tra De Gubernatis e Deledda e lui non è da meno di lei quanto a impegno e coinvolgimento

emotivo. Tuttavia, mentre De Gubernatis conserva gelosamente lettere di lei, di quelle di De Gubernatis non c’è traccia… C’è però una sezione separata del fondo che è composta da buste di carta gialla su cui lo stesso De Gubernatis ha scritto <<carteggio riservato, da aprirsi cinquant’anni dopo la mia morte>>.

Il primo periodo letterario è influenzato dal verismo verghiano e da certo decadentismo rappresentato dal Fogazzaro. Il paesaggio è quello selvaggio della sua Sardegna. Così nella novella Sangue Sardo, la  protagonista  Ela, spinta dal desiderio di vendetta, uccide l’amante che la ripudiata. Lei riconosce i propri limiti e nella prefazione al romanzo Fior di Sardegna prega: i colti lettori del continente di perdonarle gli errori e le imperfezioni, ancora inesperta nell’arte dello scrivere, ma sempre pronta a perfezionarsi col tempo… Ancora non aveva venti anni. Il limite delle sue prime opere che non sempre la scrittrice riesce ad andare oltre l’elemento folcloristico e un certo sentimentalismo portato all’estremo. Nel romanzo La via del male, pubblicato nel 1896, Deledda intraprende il filone analitico –psicologico, che porta i suoi personaggi ad essere vittime dei loro rimorsi, a vivere nel tentativo di una espiazione eterna. Anche Il vecchio della Montagna è un romanzo fondato sui rimorsi e sul travaglio psicologico di chi ha fatto il male .

Due romanzi meritano di essere ricordati perché rivelano una scrittrice più matura e uno stile di prosa nitido, preciso, senza sbavature: Elias Portolu e Canne al vento.

Nel 1889 la Deledda si recò in gita a Cagliari. Qui conobbe il signor Palmiro Madesani, al quale andò sposa l’11 gennaio del 1900. Nel marzo dello steso anno i coniugi si trasferirono a Roma, dove la Deledda continuò la sua vasta produzione letteraria. Il marito, funzionario del ministero delle Finanze, lasciò presto il suo lavoro per diventare l’agente letterario della scrittrice. Di questo sodalizio matrimoniale era invidioso Luigi Pirandello, che apprezzava la scrittrice ma non accettava il ruolo che il marito si era ritagliato accanto a sua moglie. Espresse questa sua invidia, dettata anche dall’infelicità del suo matrimonio, scrivendo un romanzo: Suo marito. Era anche invidioso che la Deledda nel 1926ebbe conferito il Premio Nobel per la letteratura, il secondo che veniva assegnato ad uno scrittore italiano dopo quello conferito al Carducci nel 1906.  Solo nel 1936 a Pirandello sarà conferito il premio Nobel. Grazia Deledda ebbe due figli maschi, Sardus e Francesco nati nel 1901 e nel 1904. Il 15 agosto del 1936 Grazia Deledda muore, dopo essere stata operata di cancro al seno, col quale riuscì a convivere per 10 anni. Sepolta a Roma nel cimitero di Varano, le sue spoglie furono trasferite nel 1959nella chiesa della Madonna della Solitudine a Nuoro, sua città natale.

 Libera Università Tito Marrone  20.2 2026          prof. Antonino Tobia

 

 

[1] Cfr. E. Sullerot, in Enciclopedia del Novecento, Istituto della Enciclopedia italiana Treccani, vol. II, MI  1977, p. 212

[2] Cfr. G. Canestri/G. Ricuperati, La scuola in Italia dalla legge Casati a oggi, Loescher, Torino  1981, p. 420

[3] G. Freddi – A. De Ferrari, La letteratura, Ghisetti e Corvi editori Milano, vol. 3 tomo II, 2004, p. 126

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Vale davvero la pena? Il senso della condanna

Vale davvero la pena?

Il dott. Giuseppe Arresta e l’avv. Andrea Miceli hanno disquisito sul senso della condanna inferta dai Tribunali

Relatore: avv. Andrea Miceli

 Immagine riferita a: Vale davvero la pena?Sul tema stabilito hanno magistralmente relazionato il dr Giuseppe Arresta e l’avv. Andrea Miceli

La condanna inflitta dai tribunali è l’atto conclusivo di un processo che accerta la responsabilità penale o civile, rendendo esecutiva la pena o la sanzione stabilita dal giudice. Essa serve a ripristinare l’ordine violato, sanzionare l’autore del reato e garantire la legalità, spesso passando in giudicato quando non è più impugnabile. 

Il senso della condanna si articola principalmente su: 

Immagine riferita a: Vale davvero la pena?Accertamento della responsabilità: La sentenza definisce la violazione di un diritto o la commissione di un reato.

  • Esecuzione della pena: Rappresenta la fase in cui la decisione del giudice diventa operativa, ad esempio con la detenzione.
  • Funzione sanzionatoria e rieducativa: La condanna non è solo punitiva, ma mira anche alla rieducazione del condannato.
  • Garanzia di legalità: Assicura che ogni privazione della libertà avvenga secondo un processo legale, tutelando i diritti umani (come sancito dall’art. 5 della CEDU).Giudicato: Una volta decorsi i termini per l’impugnazione, la sentenza diventa irrevocabile e immutabile.In sintesi, la condanna è lo strumento fondamentale attraverso cui lo Stato ristabilisce la legalità, punisce il colpevole e garantisce la sicurezza dei cittadini. 
  • Alla fine della riunione il numeroso pubblico presente ha applaudito calorosamente i due illustri relatori.
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Vitaliano Brancati, un grande intellettuale che seppe leggere la sua terra

Vitaliano Brancati, un grande intellettuale che seppe leggere la sua terra

Il prof. Giovanni Firera, Presidente dell’Associazione culturale Vitaliano Brancati ha relazionato sullo scrittore, sceneggiatore e docente italiano.

Relatore: Prof. Giovanni Firera – Presidente dell’Associazione culturale V. Brancati

Immagine riferita a: Vitaliano Brancati, un grande intellettuale che seppe leggere la sua terra Nato a Pachino nel 1907 compì gli studi superiori a Catania, laureandosi nel 1929. Negli anni 30 si trasferì a Roma, ove iniziò l’attività giornalistica e letteraria. Nel 1934 pubblicò il romanzo Singolare avventura di viaggio, ove appaiono per la prima volta, temi legati all’erotismo.

Insegnò fino al 1941, anno in cui tornò a Roma e pubblicò Gli anni perduti, da lui considerato il suo primo romanzo genuino, a carattere comico-simbolico. Seguirono i romanzi di maggior successo come Don Giovanni in Sicilia, pubblicato nel 1941, il racconto tragicomico di un’impotenza sessuale Il bell’Antonio nel 1949. 

Nel 1942 conobbe l’attrice Anna Proclemer che sposò nel 1947. Nel 1951 Brancati scrisse la sceneggiatura dei film Signori, in carrozza! e L’arte di arrangiarsi, diretti da Luigi Zampa, nel 1952 di Altri tempi, con la regia di Alessandro Blasetti, nel 1951 di Guardie e ladri di Mario Monicelli, nel 1954 di Dov’è la libertà…? e Viaggio in Italia, con la regia di Roberto Rossellini.

Nel 1952 la censura vietò la rappresentazione di un dramma di Brancati, La governante[1][2], che tratta di un’omosessualità femminile. Vitaliano Brancati morì il 25 settembre 1954, in seguito all’operazione eseguita a Torino dal chirurgo Mario Dogliotti. L’operazione aveva lo scopo di asportare una cisti dermoide a carattere benigno  ma il suo cuore non resse all’anestesia.

 

 

Autore Legre

Parliamo di: Vitaliano Brancati
 

 

Inserito il 26 Gennaio 2026 nella categoria Relazioni svolte

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Cocerto di pianoforte a quattro mani

Coma sovente accade nelle importanti serate della nostra Università, l’Aula magna dell’Istituto Industriale, era oltre modo affollata. Come da programma, le pianiste Rosa Sanci e Liviana Latino hanno dato il via al concerto puntualmente alle ore 17,30. Sono stati suonati alcuni fra i migliori valzer di Strauss quali  “Sul bel Danubio blu” o “Voci di Primavera”.

Ogni brano musicale è stato opportunamente presentato dal nostro Presidente A. Tobia.

Ha chiuso la splendida manifestazione il Brindisi della Traviata, di Giuseppe Verdi, cantato in coro 

da tutti i presenti.

Molti e sentiti applausi hanno sottolineato la bravura delle due pianiste che, alla fine, hanno ricevuto dal nostro Presidente un simpatico omaggio floreale.

 

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Archeologia e letteratura

Molto interesse ha suscitato la relazione dell’archeologo Paolo Barresi che ha confermato come dopo i ritrovamenti archeologici spesso arriva la conferma scritta.

Archeologia e letteratura sono dunque discipline interdipendenti in quanto entrambi testimoniano il nostro passato storico. L’archeologia ricostruisce le antiche civiltà con  reperti materiali allorchè la letteratura con le sue narrazioni, collega miti e vita quotidiana.

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I fatti di Bronte

I fatti di Bronte

Claudio Paterna, Presidente dell’Istituto del Risorgimento, ha relazionato sulla rivolta dei contadini a Bronte, nel 1860

Giuseppe Garibaldi, il 2 giugno 1860, aveva emesso un decreto nel quale prometteva la divisione delle terre ai contadini.

L’attuazione del decreto era stata ripetutamente sollecitata da parte dell’avvocato Nicolò Lombardo, liberale e sindacalista, contrario all’uso della violenza che fino all’ultimo aveva cercato di scongiurare quanto poi accadde. 

Si erano infatti accese molte speranze di riscatto sociale, da parte delle classi meno abbienti. Alla speranza seguì purtroppo la delusione e nell’estate del 1860, a Bronte, paese vicino Catania, vi fu una rivolta di contadini e braccianti contro i latifondisti. Furono incendiate decine di case e anche il teatro e l’archivio comunale.

Ci furono sedici morti[ fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i figli, il notaio e un prete. Garibaldi, preoccupato dalla notizia di una rivolta che avrebbe potuto destabilizzare un dominio sull’isola tutt’ora piuttosto fragile, ordinò a Nino Bixio di recarsi a Bronte per ristabilire l’ordine pubblico.

All’arrivo di Bixio la rivolta era già cessata, ma il generale volle compiere un gesto esemplare: fece arrestare cinque uomini, ritenuti erroneamente capi della sedizione, e istituì un tribunale speciale che li giudicasse immediatamente.

Fra gli arrestati, tutti innocenti, vi erano l’avvocato Lombardo e un innocuo malato di mente a tutti noto come ‘il matto del paese’. Dopo un processo rapidissimo e privo delle più elementari garanzie di difesa, gli imputati furono condannati a morte e fucilati. Ai condannati fu negato tutto, anche i conforti religiosi. Puntualmente la fucilazione fu eseguita nel Piano di San Vito a Bronte. 

Morirono così  Nicolò Lombardo, leader dei popolani, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi e Nunzio Ciraldo Fraiunco. 

Soltanto molto tempo dopo vi fu il coraggio della verità. L’avvocato Benedetto Radice, che da bambino aveva assistito alla rivolta, scrisse nel 1910 il libro Nino Bixio a Bronte che ricostruisce con estrema precisione gli eventi.

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Enrico VIII. Un regno, sei mogli

Il prof. Claudio Arresta, docente di lettere, ha ricordato la vita del Re inglese che fondò la chiesa anglicana al “Non possumus“ del Papa Clemente VII

Relatore: prof. Claudio Arresta

La separazione della Chiesa d’Inghilterra da Roma fu causata dal rifiuto di Papa Clemente VII di annullare il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona.
Enrico VIII chiese a Papa Clemente VII l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, sostenendo che il matrimonio fosse stato illegittimo e che avesse bisogno di un erede maschio. Clemente VII rifiutò, sia a causa del suo legame con l’imperatore Carlo V.  Enrico VIII è stato un personaggio chiave nella storia d’Europa della prima metà del Cinquecento.  La vita del sovrano è tuttavia segnata anche da una lunga serie di matrimoni, celebrati prima con l’obiettivo di ottenere un figlio maschio, e poi come strumento politico per garantire la stabilità del regno. Le sei mogli di Enrico VIII sono state tutte vittime del carattere scontroso del re, il quale le ha spesso condannate a morte con accuse false pur di liberarsene. Prima tra le mogli di Enrico VIII, Caterina d’Aragona era in realtà la sposa del fratello Arthur, il quale morì lasciando in eredità sia il regno, sia la compagna. La donna diede però a Enrico VIII una sola erede donna, la futura Maria la Sanguinaria.  Quando Caterina d’Aragona entrò in menopausa, il sovrano decise di rendere palese la sua relazione con  Anna Bolena che divenne la seconda delle mogli di Enrico VIII.  ma il matrimonio non durò a lungo. Anche lei come Caterina non riuscì a dare al sovrano l’erede maschio necessario per assicurare la prosecuzione del trono. Stanco della sua seconda sposa, Enrico VIII accusò Anna Bolena di adulterio, condannandola a morte. Dama di compagnia di Anna Bolena, Jane Seymour divenne così la terza delle mogli di Enrico VIII e fu peraltro l’unica che riuscì a dare al re l’erede maschio, Edoardo VI. Il legame durò però un anno, poiché la donna cadde vittima di una febbre puerperale poco dopo il parto. Enrico VIII aspettò più di tre anni prima di sposarsi per la quarta volta con la principessa tedesca Anna di Clèves nel 1540. Tuttavia, pochi mesi dopo le nozze, Enrico VIII accusò la nuova compagna di non essere giunta vergine al matrimonio, condizione imprescindibile per la validità del legame. La penultima tra le mogli di Enrico VIII fu proprio una delle damigelle di Anna di Clèves di nome Caterina Howard. Il 2 novembre 1541, però, l’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer consegnò a Enrico VIII una lettera contenente alcuni dettagli sul passato della nuova regina. Emerse così una precedente relazione  nonché un tradimento dopo essere già stata incoronata. Tutti i protagonisti vennero quindi giustiziati, compresa Caterina Howard che venne decapitata il 13 febbraio 1542. L’ultima moglie di Enrico VIII rappresentò invece la relazione meno complicata della vita del sovrano. Caterina Parr rimase accanto a Enrico VIII fino alla sua morte nel 1547.