Ut pictura poesis
Nella sua Ars Poetica, nota come Epistula ad Pisones, il poeta latino Orazio Flacco paragona la poesia alla pittura. Ut pictura poesis: la lettura di una poesia, infatti, mentre ti regala l’armonia dei fonemi, ti suggerisce immagini le più diverse come se il suono si trasformasse in pennellata e la poesia gradualmente acquistasse i colori di un quadro.
Già prima di Orazio, Aristotele aveva colto la relazione tra la poesia e la pittura, intesi come due codici espressivi diversi e, allo stesso tempo, come due modalità analoghe nel trasferire l’io e la natura in arte, quale sinolo di materia e forma, di potenza e atto. Se il poeta affida alla parola l’eco del proprio sentire, facendolo evaporare in note ora lievi ora gravi a seconda della scala musicale delle vibrazioni del suo animo, la pittura è la risposta a una profonda esigenza epifanica, che si risolve nel tradurre in colori ciò che è verbalmente inesprimibile.
William Blake, poeta romantico inglese, scriveva le poesie e poi le dipingeva a mano sulle stesse pagine, unendo poesia e arte visiva (Songs of innocence and of experience). Così Dante Gabriel Rossetti, fondatore della Confraternita dei Preraffaelliti, pittore e poeta, spesso dipingeva quadri ispirati alle sue stesse poesie o a quelle di Dante Alighieri. Il padre del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, disponeva le parole nella pagina come se fossero elementi pittorici, tecnica già sperimentata dal poeta siceliota Teocrito col suo carme figurato La zampogna, in cui disegna l’oggetto con i versi disposti in modo tale da riprodurre la forma dello strumento del dio Pan.
Comunicare con Muse diverse, per esprimere l’intima realtà, è proprio degli artisti di profondo sentire, che ricorrono alle arti più varie contemporaneamente per tradurre le proprie emozioni con codici diversi ma interagenti tra significato e significante.
Gisella Pipitone, poeta e pittrice, offre al lettore le modulazioni del suo animo attraverso le memorie, il recupero nostalgico delle esperienze vissute, il suo modo di confrontarsi col mondo che la circonda e ciò avviene con toni delicati, con un linguaggio piano e, allo stesso tempo, vibrante di emozioni, limpido e deciso come un acquarello, ora fortemente pittorico, ora simbolicamente allusivo. L’atmosfera lirico-pittorica indulge a reminiscenze crepuscolari: “aria grigia, gabbiani immobili nel cielo … l’orologio della loggia che batte il tempo … il lamento del semenzaro … l’odore di alghe morte ” fanno da sfondo alla Settimana di passione e allo scorrere lento della barocca processione dei misteri che si snoda per le strade di Trapani il Venerdì Santo. Così pure echi del movimento crepuscolare giungono dalle “statue senza sguardi”, dalle “panchine vuote/ tra le erbe alte” nei giardini solitari immersi in una atmosfera autunnale.
La scelta linguistica di una terminologia incline al gioco onomatopeico e alle allitterazioni avvicina il testo Autunno nei giardini pubblici ad alcuni versi degli Ossi di seppia di Montale: … silenzi rotti/ sommessi gorgoglii/ con lo scrocchiare/ di rosseggianti foglie morte!/ O alberi rugosi/ alzate i rami all’ultimo riverbero del sole”. Il ripetersi della consonante liquida /r/ smorza il lirismo e richiama il lettore al realismo delle antitesi che la natura pone innanzi ai nostri occhi.
L’atmosfera lirica della poetessa Pipitone ci richiama alla memoria i toni dimessi, grigi e malinconici di tante liriche del poeta trapanese Tito Marrone (1882-1967), considerato autorevole precursore della poesia crepuscolare e animatore del movimento dei Crepuscolari a Roma.
Non mancano nel processo di interazione con la natura echi profondi di dimensione quasi religiosa. La natura in tutte le sue manifestazioni comunica qualcosa di intimo alla Nostra, sicché le forme e i colori, i suoni e i tratti pittorici si fondono in un solo enunciato. Si legga La Ninfea :
“Di roseo colore/ su una foglia a piattello/ sospesa tra l’acqua/ e il cielo/ la ninfea sta/ come ai miei pensieri … “ . La similitudine coglie l’essenza della vita: una foglia sospesa tra l’acqua e il cielo, dove l’acqua è la sorgente generatrice della nostra esistenza e il cielo coglie l’ingenuità di un’anima che tende verso l’eterno.
Il topos della foglia, presente nella lirica greca, si pensi a Mimnermo, è la metafora della fragilità e la caducità della vita, e continua con toni e accenti differenti ad essere utilizzata dai poeti contemporanei, come Ungaretti in Soldati: Si sta/come d’autunno/sugli alberi /le foglie. Sennonché, in Gisella Pipitone la tragica esperienza della trincea sofferta da Ungaretti assume il colore roseo di un invito alla vita, dal momento che la foglia è essa stessa testimonianza di vita. Tutta l’esistenza è in quella pittorica descrizione della ninfea, correlativo oggettivo montaliano, cui la Pipitone affida i suoi sogni che si colorano della leggiadria del rosa pastello del primo chiarore del giorno, metafora cromatica, che evoca grazia e pudore, speranza e illusione.
Nell’antichità classica la poesia e la pittura erano considerate “arti sorelle”. Il poeta lirico Simonide di Ceo del VI secolo a.C. definì la pittura come “poesia muta” e la poesia come “pittura che parla”.
Entrambe, e l’arte visiva e l’espressione letteraria, partendo dal fatto mimetico, mirano nelle poesie della Nostra ad evocare stati d’animo, sensazioni, immagini che permettono alla mente di spaziare nell’infinito.
La cifra prevalente dell’arte poetico-pittorica di Gisella Pipitone è data dal silenzio che avvolge e protegge gli oggetti: i fiori nei vasi, i tenui colori autunnali, la fuga dell’acciottolato delle stradine ericine, gli scorci paesaggistici vivono come soggetti autonomi, come presenze compiute che non hanno bisogno d’altro per esistere, avvolti in un loro pudore esistenziale al di là del tempo. (La nebbia)
Eppure in tanta solitudine si avverte ora la nostalgia di chi non è più partecipe di quella realtà, ora il desiderio di una nuova presenza, di un incontro improvviso segnato dall’apparire di un eroe sognato che giungesse da lontano, come in Incontri: “Volerlo incontrare/ ed incontrarlo/ aver paura di vederlo/ in ogni scintillio d’occhiali/. Sbiancare ed arrossire entrambi; / pulsano le tempie/ manca il respiro/ sbatte il mio cuore, quasi aliscafo che plana/ sul mare … “. I versi richiamano immediatamente alla memoria il carme della poetessa Saffo, tradotto da Catullo, la quale in maniera sublime e drammatica descrive l’epifania della passione amorosa. Nella Nostra il palpito del cuore ha, però, un esito diverso. La passione struggente della poetessa di Lesbo, gelosa del suo amore, in Incontri assume i toni delicati di un sentimento fatto di “parole non dette e disperse/ dall’uragano nella lunga tempesta”, che porta il cuore di colei, che per un attimo ha provato il fremito di un incontro non vissuto, ad “approdare alla quiete innocente/ di un non conosciuto amore”.
Gisella Pipitone non si limita ad osservare ma possiede il dono dell’intuizione. Intuire significa andare dentro alle cose, coglierne l’essenza e tradurre il mondo attraverso la propria sensibilità poetica. Gli oggetti acquistano una dimensione che va oltre la loro fredda percezione sensibile e, pur rimanendo nel campo del reale, si vestono del vago e dell’indefinito, suggerito dal recupero memoriale che richiama la visione poetica leopardiana. Così nel Ricordo di un crepuscolo sulla spiaggia, cielo e mare si fondono di perleo celeste, con effetti pittorici delicati che scolorano, mentre il tramonto è annunciato dal cessare delle voci del giorno luminoso e sonoro. Gli oggetti si correlano al crepuscolo: gli ombrelloni si chiudono come i fiori che la sera piegano i le loro corolle, cessa il suono dei tamburelli e solo lo sciacquio di un solitario nuotatore partecipa del silenzio crepuscolare.
La realtà, da cui la poetessa Gisella trae ispirazione con l’animo ogni volta aperto al mistero, va oltre il significante percepito e l’elemento poetico non si coglie solo nei fonemi che compongono la parola, ma è presente anche nella sua veste cromatica. Eppure, anche quando il pennello e la parola sembrano indulgere a descrizioni realistiche, queste si ammantano di movenze psicologiche, in cui la Pipitone riflette le tracce della sua esistenza, sicché il sentimento e la tensione psicologica, suggeriti dal momento vissuto, creano un felice chiasmo di affetti e ricordi.
La metafora del viaggio rappresenta l’archetipo della vita. Così la lirica della nostra poetessa nel suo Viaggio descrive gli oggetti che sfuggono durante il tragitto come atomi di un’esistenza che passa. Da Omero al Foscolo il viaggio come metafora universale parla linguaggi diversi: ora indica il trascorrere del tempo, ora il desiderio di allontanarsi per vivere esperienze nuove, ora la fuga dal reale, ora l’ansia di un approdo sicuro come nell’Itaca di Costantino Kavafis, laddove il poeta greco augura di affrontare il lungo viaggio della vita senza timore se tu, lettore, vuoi che “un nobile sentimento fisserà il tuo cuore e il tuo spirito”.
Ha fine il viaggio/e si rientra nel presente : e il presente è la sua Itaca: questi due versi chiudono il Viaggio di Gisella Pipitone.
L’arte della Pipitone esprime la nitidezza di un animo incontaminato dallo scorrere el tempo grazie al candore di un’anima libera. Sono queste le doti di chi ha familiarizzato fin dall’adolescenza con le figlie del Parnaso. Da qui, dal fluire naturale dei versi, il lettore è indotto ad apprezzare la maturità di una poetessa che sa donare melodia alle parole. Tale melodia scaturisce dalla loro disposizione metrica, che sa conferire al verso la sonorità di un canto ora dolce ora malinconico, ora luminoso ora crepuscolare.
Del resto è la stessa Pipitone che dà la sua definizione di artista attraverso un ossimoro: l’artista vive “per l’arte/ ma non per la vita … prigioniero sul fondo di uno stagno meraviglioso” (Artista).
Il commento e la lettura delle poesie, abilmente e amorevolmente recitate, hanno richiesto un richiamo costante alla sensibilità cromatica di Gisella Pipitone. E non poteva essere diversamente per un’intellettuale che ha espresso e maturato le sue inclinazioni naturali presso l’Accademia delle Belle Arti di Palermo e che ha dedicato il suo magistero all’insegnamento di Disegno e Storia dell’Arte negli Istituti Superiori. Le poesie della raccolta sono, infatti, intercalate da acquarelli che possiedono una loro leggerezza poetica tale che l’immagine sembri essere dipinta non col pennello ma con un soffio di colore. La realtà risponde ad accordi cromatici delicati che creano un’atmosfera suggestiva, evanescente tra sogno e realtà, come l’acrilico su tavola che ritrae la via Conte Hernandes di Erice o la via dell’arco romano a Narni. Zinnie, anemoni, cardi, l’olio della Natura morta con vischio (!° Premio al concorso Veritas, Diocesi di Trapani, Giugno 1957) appaiono uscire senza filtri dal pennello, che con grazia depone il colore. La policromia si espande spontaneamente sul foglio, sì da far trasparire la visione tridimensionale degli oggetti. La tecnica grafica scelta da Gisella Pipitone per rappresentare L’ultima cena e La maternità privilegia invece del colore il chiaroscuro a tratteggio con sfumature monocrome. Il disegno si sofferma sui tratti essenziali, alternando i valori tonali del bianco del supporto, dal grigio tenue al nero intenso, con un gioco chiaroscurale che conferisce profondità alla raffigurazione. La grafica dell’Ultima cena è collocata nella sacrestia della Chiesa parrocchiale di Paceco, mentre La maternità, notevole per la leggerezza del tratto, che non tradisce la pressione della mano dell’artista, ha meritato il Premio “Mater Copertina”al concorso nazionale di Carrara del 1981.
Il premio che noi amici di Gisella vogliamo questa sera tributare alla poetessa e alla pittrice è l’affettuoso applauso che nasce dal ricordo indelebile della sua bravura artistica e soprattutto della sua ricca e dolce umanità.
Villa Pampalone, 4 Settembre 2026 Antonino Tobia




Riteneva inoltre che l’etica non derivasse dalla religione, ma da ‘principi di coscienza’ che permettono a chiunque di avere una visione laica della vita, ovvero rispettosa del prossimo, della sua individualità e della sua libertà.
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La comparsa della donna nella letteratura italiana è tardiva. Tra il Quattrocento e il Cinquecento si hanno testimonianze di donne che si aprono soprattutto alla poesia, per affidare ai versi le loro ansie, le passioni e i desideri, tutto un mondo sentimentale che le donne, il più delle volte, sono costrette a nascondere nel loro cuore e ad elaborare nella loro mente. La poesia diventa la voce dell’anima, ma esprime anche il livello altissimo della civiltà rinascimentale e il grado di raffinatezza della cultura del Cinquecento, che anche le donne riescono ad assimilare. L’educazione alla poesia è aperta anche alle donne, a differenza degli studi d’impegno culturale elevato. Si tratta, comunque, di poetesse appartenenti all’alta aristocrazia, inserite in un contesto culturale stimolante, che vivono spesso in ambienti frequentati dai migliori intellettuali del tempo. Tre poetesse meritano di essere ricordate per il livello poetico raggiunto.
Torbido Siri, del mio mal superbo, / or ch’io sento da presso il fin amaro, / fa’ tu noto il mio duolo al padre caro, / se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo. / Dilli com’io, morendo, disacerbo / l’aspra fortuna e lo mio fato avaro, / e, con esempio miserando e raro, / nome infelice alle tue onde io serbo
Il Sapegno, inoltre, attribuisce uno dei posti più alti della lirica del Cinquecento al Canzoniere di Gaspara Stampa, le cui liriche sono un diario ed epistolario insieme delle sue delusioni, delle rare gioie, della sua passione amorosa. Il Canzoniere, “in uno stile aperto, non troppo sostenuto, ma neppure sciatto… svolge una trama di dati psicologici intensamente vissuti in un giro riconoscibile di formule e di immagini”. In pieno Rinascimento le donne hanno privilegiato questa forma letteraria