Relatore - redazione

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Vale davvero la pena? Il senso della condanna

Vale davvero la pena?

Il dott. Giuseppe Arresta e l’avv. Andrea Miceli hanno disquisito sul senso della condanna inferta dai Tribunali

Relatore: avv. Andrea Miceli

 Immagine riferita a: Vale davvero la pena?Sul tema stabilito hanno magistralmente relazionato il dr Giuseppe Arresta e l’avv. Andrea Miceli

La condanna inflitta dai tribunali è l’atto conclusivo di un processo che accerta la responsabilità penale o civile, rendendo esecutiva la pena o la sanzione stabilita dal giudice. Essa serve a ripristinare l’ordine violato, sanzionare l’autore del reato e garantire la legalità, spesso passando in giudicato quando non è più impugnabile. 

Il senso della condanna si articola principalmente su: 

Immagine riferita a: Vale davvero la pena?Accertamento della responsabilità: La sentenza definisce la violazione di un diritto o la commissione di un reato.

  • Esecuzione della pena: Rappresenta la fase in cui la decisione del giudice diventa operativa, ad esempio con la detenzione.
  • Funzione sanzionatoria e rieducativa: La condanna non è solo punitiva, ma mira anche alla rieducazione del condannato.
  • Garanzia di legalità: Assicura che ogni privazione della libertà avvenga secondo un processo legale, tutelando i diritti umani (come sancito dall’art. 5 della CEDU).Giudicato: Una volta decorsi i termini per l’impugnazione, la sentenza diventa irrevocabile e immutabile.In sintesi, la condanna è lo strumento fondamentale attraverso cui lo Stato ristabilisce la legalità, punisce il colpevole e garantisce la sicurezza dei cittadini. 
  • Alla fine della riunione il numeroso pubblico presente ha applaudito calorosamente i due illustri relatori.
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Vitaliano Brancati, un grande intellettuale che seppe leggere la sua terra

Vitaliano Brancati, un grande intellettuale che seppe leggere la sua terra

Il prof. Giovanni Firera, Presidente dell’Associazione culturale Vitaliano Brancati ha relazionato sullo scrittore, sceneggiatore e docente italiano.

Relatore: Prof. Giovanni Firera – Presidente dell’Associazione culturale V. Brancati

Immagine riferita a: Vitaliano Brancati, un grande intellettuale che seppe leggere la sua terra Nato a Pachino nel 1907 compì gli studi superiori a Catania, laureandosi nel 1929. Negli anni 30 si trasferì a Roma, ove iniziò l’attività giornalistica e letteraria. Nel 1934 pubblicò il romanzo Singolare avventura di viaggio, ove appaiono per la prima volta, temi legati all’erotismo.

Insegnò fino al 1941, anno in cui tornò a Roma e pubblicò Gli anni perduti, da lui considerato il suo primo romanzo genuino, a carattere comico-simbolico. Seguirono i romanzi di maggior successo come Don Giovanni in Sicilia, pubblicato nel 1941, il racconto tragicomico di un’impotenza sessuale Il bell’Antonio nel 1949. 

Nel 1942 conobbe l’attrice Anna Proclemer che sposò nel 1947. Nel 1951 Brancati scrisse la sceneggiatura dei film Signori, in carrozza! e L’arte di arrangiarsi, diretti da Luigi Zampa, nel 1952 di Altri tempi, con la regia di Alessandro Blasetti, nel 1951 di Guardie e ladri di Mario Monicelli, nel 1954 di Dov’è la libertà…? e Viaggio in Italia, con la regia di Roberto Rossellini.

Nel 1952 la censura vietò la rappresentazione di un dramma di Brancati, La governante[1][2], che tratta di un’omosessualità femminile. Vitaliano Brancati morì il 25 settembre 1954, in seguito all’operazione eseguita a Torino dal chirurgo Mario Dogliotti. L’operazione aveva lo scopo di asportare una cisti dermoide a carattere benigno  ma il suo cuore non resse all’anestesia.

 

 

Autore Legre

Parliamo di: Vitaliano Brancati
 

 

Inserito il 26 Gennaio 2026 nella categoria Relazioni svolte

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Cocerto di pianoforte a quattro mani

Coma sovente accade nelle importanti serate della nostra Università, l’Aula magna dell’Istituto Industriale, era oltre modo affollata. Come da programma, le pianiste Rosa Sanci e Liviana Latino hanno dato il via al concerto puntualmente alle ore 17,30. Sono stati suonati alcuni fra i migliori valzer di Strauss quali  “Sul bel Danubio blu” o “Voci di Primavera”.

Ogni brano musicale è stato opportunamente presentato dal nostro Presidente A. Tobia.

Ha chiuso la splendida manifestazione il Brindisi della Traviata, di Giuseppe Verdi, cantato in coro 

da tutti i presenti.

Molti e sentiti applausi hanno sottolineato la bravura delle due pianiste che, alla fine, hanno ricevuto dal nostro Presidente un simpatico omaggio floreale.

 

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Archeologia e letteratura

Molto interesse ha suscitato la relazione dell’archeologo Paolo Barresi che ha confermato come dopo i ritrovamenti archeologici spesso arriva la conferma scritta.

Archeologia e letteratura sono dunque discipline interdipendenti in quanto entrambi testimoniano il nostro passato storico. L’archeologia ricostruisce le antiche civiltà con  reperti materiali allorchè la letteratura con le sue narrazioni, collega miti e vita quotidiana.

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I fatti di Bronte

I fatti di Bronte

Claudio Paterna, Presidente dell’Istituto del Risorgimento, ha relazionato sulla rivolta dei contadini a Bronte, nel 1860

Giuseppe Garibaldi, il 2 giugno 1860, aveva emesso un decreto nel quale prometteva la divisione delle terre ai contadini.

L’attuazione del decreto era stata ripetutamente sollecitata da parte dell’avvocato Nicolò Lombardo, liberale e sindacalista, contrario all’uso della violenza che fino all’ultimo aveva cercato di scongiurare quanto poi accadde. 

Si erano infatti accese molte speranze di riscatto sociale, da parte delle classi meno abbienti. Alla speranza seguì purtroppo la delusione e nell’estate del 1860, a Bronte, paese vicino Catania, vi fu una rivolta di contadini e braccianti contro i latifondisti. Furono incendiate decine di case e anche il teatro e l’archivio comunale.

Ci furono sedici morti[ fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i figli, il notaio e un prete. Garibaldi, preoccupato dalla notizia di una rivolta che avrebbe potuto destabilizzare un dominio sull’isola tutt’ora piuttosto fragile, ordinò a Nino Bixio di recarsi a Bronte per ristabilire l’ordine pubblico.

All’arrivo di Bixio la rivolta era già cessata, ma il generale volle compiere un gesto esemplare: fece arrestare cinque uomini, ritenuti erroneamente capi della sedizione, e istituì un tribunale speciale che li giudicasse immediatamente.

Fra gli arrestati, tutti innocenti, vi erano l’avvocato Lombardo e un innocuo malato di mente a tutti noto come ‘il matto del paese’. Dopo un processo rapidissimo e privo delle più elementari garanzie di difesa, gli imputati furono condannati a morte e fucilati. Ai condannati fu negato tutto, anche i conforti religiosi. Puntualmente la fucilazione fu eseguita nel Piano di San Vito a Bronte. 

Morirono così  Nicolò Lombardo, leader dei popolani, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi e Nunzio Ciraldo Fraiunco. 

Soltanto molto tempo dopo vi fu il coraggio della verità. L’avvocato Benedetto Radice, che da bambino aveva assistito alla rivolta, scrisse nel 1910 il libro Nino Bixio a Bronte che ricostruisce con estrema precisione gli eventi.

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A LETTO CON LA MOGLIE DEL NEMICO

A letto con la moglie del nemico – Tra lo zar Alessandro I e Giuseppina Bonaparte ci fu una relazione amorosa.

Ne ha parlato il  Prof. Leonardo Greco – Storiografo

Fu nell’aprile del 1814 che l’imperatore Alessandro I e Giuseppina Beauharnais si incontrarono, mentre l’esercito russo avanzava verso Parigi dopo la vittoriosa campagna con la quale fu sconfitto Napoleone. Alessandro si era recato alla Malmaison, vicino a Parigi, dove viveva Giuseppina giusto per conoscerla.

A partire da quel momento lo zar cominciò a frequentare assiduamente la moglie del nemico sconfitto. Con la sua nobiltà, intelligenza, eloquenza e conoscenza della lingua francese, il  sovrano  rfusso conquistò subito Giuseppina che, come si sa, non era insensibile al fascino dei potenti.

A giudicare dai costosi regali che i due personaggi si scambiarono, si è certi che tra loro ci fu una profonda relazione. Giuseppina regalò ad Alessandro il famoso Cammeo Gonzaga, una gioiello che risaliva molto probabilmente al III secolo a.C.. Alessandro ricambiò il regalo con una meravigliosa collana con 11 stupendi diamanti. Fu così che l’imperatore fu visto sempre più al castello della Malmaison col suo un vasto parco dove effettuava lunghe passeggiate conversando con Giuseppina. Per i parigini, la cosa sembrò sospetta. Lo zar, che avrebbe potuto intrattenersi a corte, preferiva passare il tempo con l’ex imperatrice. L’idillio, comunque, durò poco: il 25 maggio Giuseppina si sentì improvvisamente molto male e morì di polmonite quattro giorni dopo, appena un mese prima del suo 51° compleanno. Evidentemente aveva preso freddo durante le sue passeggiate con Alessandro, con indosso abiti estivi molto scollati, nonostante facesse freddo. E se fosse stata avvelenata?  C’è un’altra versione sulla morte di Giuseppina. Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, ministro degli Esteri francese e in seguito primo ministro, era molto preoccupato per la relazione tra Giuseppina e Alessandro, poiché sospettava che potessero portare alla sostituzione di Luigi XVIII con il figlio di Napoleone. Si sapeva che Alessandro I disprezzava Luigi XVIII e non lo voleva sul trono di Francia. Era perciò naturale congetturare che la presenza di Alessandro alla Malmaison avesse un obiettivo politico segreto. Così, c’è chi dice che Giuseppina sia stata avvelenata, per impedirle di fare un accordo con Alessandro. Dopo la scomparsa di Giuseppina, Alessandro acquistò la sua collezione d’arte dai figli. I diamanti che Giuseppina aveva ricevuto in regalo da Alessandro, entrarono a far parte del diadema di Leuchtenberg, realizzato da Fabergé per i discendenti della famiglia. Il diadema, nel 2007 è stato acquistato da un collezionista americano ed è ora esposto al Museo di Scienze Naturali di Houston. Il Cammeo Gonzaga fa invece parte della collezione dell’Ermitage di San Pietroburgo.

DOPO LA MALMAISON…

Alessandro aveva sconfitto Napoleone, schiacciato la Francia e occupata Parigi ma aveva il rimorso per la congiura contro il padre a cui aveva dato l’assenso nel 1801. Desiderava abbandonare il trono per vivere come un cittadino comune. Nel 1825, la moglie si ammalò gravemente. I medici le raccomandarono l’aria salutare di Taganrog, sul Mar d’Azov e Alessandro decise di accompagnarla dopo lunga preghiera. Gli chiesero quando sarebbe tornato: Alessandro  indicò un’icona di Gesù, dicendo:  ‘Soltanto Lui lo sa’. A  Taganrog  prese una modesta casetta. Trascorreva il tempo in preghiera.

1825: MORTE DI ALESSANDRO

In preda a frequenti crisi mistiche e visioni, morì al ritorno di un viaggio in Crimea. Aveva contratto il tifo esantematico. Alessandro I simulò la sua morte? Visse molti anni ancora sotto le spoglie di Fedor Kuzmich? 

Dopo la morte ufficiale di Alessandro, nel 1806,  apparve un misterioso monaco a 1.400 chilometri da Mosca. Un sessantenne con segni di frustate sulla schiena. Era stato arrestato dalla polizia  perchè si era rifiutato di dire la sua identità. isse soltanto di chiamarsi Fedor Kuzmich.

Relegato in Siberia, conquistò l’ammirazione di tutti con la sua saggezza, le sue doti di guaritore ed era trattato come un santo. 1825 – morte ufficiale di Alessandro a 48 anni-Fedor morì nel 1864  a 87 anni.

Riconosciuto… Un giorno si recò da lui un uomo che un tempo aveva servito al palazzo imperiale. Era malato e chiedeva aiuto al misterioso monaco. L’uomo fu fatto accomodare…Quando il suo sguardo incrociò quello del monaco,  l’uomo  si inginocchiò ai suoi piedi e chinò il capo.

La voce del monaco che gli diceva di rialzarsi, era quella dello zar. L’uomo non aveva dubbi, quell’uomo era lo zar Alessandro I. Da fuori sentirono un grido…l’uomo guarì dalla sua malattia. Non riuscì però a tacere sull’accaduto. In breve tutta la Russia parlava del fatto che un servo aveva riconosciuto lo zar.

Il monaco siberiano era Alessandro I. Ma chi era veramente  Fedor Kuzmich ?  Un misterioso eremita siberiano? lo zar Alessandro I in persona, diventato monaco per scontare le sue colpe? Poche le notizie sul misterioso Fedor: rifiutava di dare informazioni personali. Arrestato per vagabondaggio, condannato a venti frustate. Condusse una vita riservata, da eremita.

Notevole cultura…Straordinaria conoscenza degli aristocratici e della Corte imperiale. Aspetto imponente: spalle larghe, molto alto, incuteva soggezione ma anche paura. La vasta cultura, contribuiva ad aumentare un senso di venerazione. Parlava bene il francese. Le persone che lo vedevano, sentivano il bisogno di inginocchiarsi ai suoi piedi. Da ogni angolo della Siberia, la gente arrivava per incontrare il monaco  Fedor di cui si raccontavano straordinarie capacità di guaritore. Raccontava la vita a San Pietroburgo . Parlava dei comandanti russi come se li conoscesse personalmente. Numerosi  militari affermavano che il monaco Fedor e l’imperatore fossero due gocce d’acqua. Tutti erano certi che lo zar non fosse morto nel 1825 e che avesse passato il resto della vita in Siberia. Anche 150 anni dopo la morte di  Fedor , nessuno ha dubitato  che fosse Alessandro I. Un test  del DNA, nel confronto con altri Romanov, potrebbe chiarire la questione.

 Dopo la morte dell’eremita. La sua tomba e la cella in cui visse, diventarono luogo di pellegrinaggi.  Nel 1893, anche lo zar Nicola II si recò in Siberia in preghiera sulla tomba del monaco. Su questa identificazione Tolstoj scrisse un romanzo lasciato incompiuto e pubblicato postumo nel 1912.

Nel 1984, il monaco Fëdor fu canonizzato. Nel 1995 furono ritrovati i resti del santo che vennero posti nel Monastero Madre di Dio-S. Alessio a Tomsk.(Siberia).

 La salma scomparsa: Il misterioso Fedor morì nel 1864 all’età di 86 anni, la stessa che avrebbe avuto lo zar Alessandro I. Nel 1865 lo zar Alessandro II, ordinò di aprire la tomba. Si scoprì che il feretro era vuoto. Lo zar Alessandro non riposava in quel posto.

Nel 1927, all’ennesima apertura, voluta dal governo sovietico, fu scoperto che la bara al suo interno conteneva una sbarra di piombo per simulare il peso del corpo scomparso? Ma è possibile che lo zar di tutte le Russie, l’uomo che aveva sconfitto Napoleone, un sovrano amato in tutta Europa  si trovasse in un convento siberiano?

 Guidato Inizialmente da moderne idee,  come l’abolizione della schiavitù, era diventato un sovrano rigido che soffocava ogni tentativo di ribellione.  Erano sorte associazioni segrete e numerose sette. Alessandro cominciò  a pensare all’abdicazione. Quando il fiume Neva straripò, uccidendo migliaia di persone, lo zar disse testualmente: Questa è la punizione per i miei peccati’.

SVELATO IL SEGRETO DI ALESSANDRO I.

LO ZAR CHE SCONFISSE NAPOLEONE NON MORÌ A 47 ANNI.

Ufficialmente Alessandro I morì di tifo nel 1825 nella città di  Taganrog (Palazzo di  Livadij) 

Da questo momento comincia la leggenda. L’imperatore era in buone condizioni di salute.Una cosa strana: Chi riuscì a vedere il corpo di Alessandro, disse che il defunto non somigliava all’imperatore. Studiosi e storici hanno tentato di capire…

Agosto 2015: La svolta. Fu fatta l’analisi grafologica dei manoscritti dello zar e furono confrontati con quelli del monaco siberiano.

LA SORPRESA…Gli scritti del monaco  Fedor e dello zar sono identiche. Alessandro I  sarebbe Fedor, morti entrambi quasi quaranta anni dopo la morte ufficiale dello zar di Russia. 

 

 

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I fatti di Bronte

Relatore: prof. Claudio Paterna

Claudio Paterna, Presidente dell’Istituto del Risorgimento, ha relazionato sulla rivolta dei contadini a Bronte, nel 1860

Giuseppe Garibaldi, il 2 giugno 1860, aveva emesso un decreto nel quale prometteva la divisione delle terre ai contadini.

L’attuazione del decreto era stata ripetutamente sollecitata da parte dell’avvocato Nicolò Lombardo, liberale e sindacalista, contrario all’uso della violenza che fino all’ultimo aveva cercato di scongiurare quanto poi accadde. 

Si erano infatti accese molte speranze di riscatto sociale, da parte delle classi meno abbienti. Alla speranza seguì purtroppo la delusione e nell’estate del 1860, a Bronte, paese vicino Catania, vi fu una rivolta di contadini e braccianti contro i latifondisti. Furono incendiate decine di case e anche il teatro e l’archivio comunale.

Ci furono sedici morti[ fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i figli, il notaio e un prete. Garibaldi, preoccupato dalla notizia di una rivolta che avrebbe potuto destabilizzare un dominio sull’isola tutt’ora piuttosto fragile, ordinò a Nino Bixio di recarsi a Bronte per ristabilire l’ordine pubblico.

All’arrivo di Bixio la rivolta era già cessata, ma il generale volle compiere un gesto esemplare: fece arrestare cinque uomini, ritenuti erroneamente capi della sedizione, e istituì un tribunale speciale che li giudicasse immediatamente.

                  Fra gli arrestati, tutti innocenti, vi erano l’avvocato Lombardo e un innocuo malato di mente a tutti noto come ‘il matto del paese’. Dopo un processo rapidissimo e privo delle più elementari garanzie di difesa, gli imputati furono condannati a morte e fucilati. Ai condannati fu negato tutto, anche i conforti religiosi. Puntualmente la fucilazione fu eseguita nel Piano di San Vito a Bronte. 

Morirono così  Nicolò Lombardo, leader dei popolani, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi e Nunzio Ciraldo Fraiunco. 

Soltanto molto tempo dopo vi fu il coraggio della verità. L’avvocato Benedetto Radice, che da bambino aveva assistito alla rivolta, scrisse nel 1910 il libro Nino Bixio a Bronte che ricostruisce con estrema precisione gli eventi.

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Enrico VIII. Un regno, sei mogli

Il prof. Claudio Arresta, docente di lettere, ha ricordato la vita del Re inglese che fondò la chiesa anglicana al “Non possumus“ del Papa Clemente VII

Relatore: prof. Claudio Arresta

La separazione della Chiesa d’Inghilterra da Roma fu causata dal rifiuto di Papa Clemente VII di annullare il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona.
Enrico VIII chiese a Papa Clemente VII l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, sostenendo che il matrimonio fosse stato illegittimo e che avesse bisogno di un erede maschio. Clemente VII rifiutò, sia a causa del suo legame con l’imperatore Carlo V.  Enrico VIII è stato un personaggio chiave nella storia d’Europa della prima metà del Cinquecento.  La vita del sovrano è tuttavia segnata anche da una lunga serie di matrimoni, celebrati prima con l’obiettivo di ottenere un figlio maschio, e poi come strumento politico per garantire la stabilità del regno. Le sei mogli di Enrico VIII sono state tutte vittime del carattere scontroso del re, il quale le ha spesso condannate a morte con accuse false pur di liberarsene. Prima tra le mogli di Enrico VIII, Caterina d’Aragona era in realtà la sposa del fratello Arthur, il quale morì lasciando in eredità sia il regno, sia la compagna. La donna diede però a Enrico VIII una sola erede donna, la futura Maria la Sanguinaria.  Quando Caterina d’Aragona entrò in menopausa, il sovrano decise di rendere palese la sua relazione con  Anna Bolena che divenne la seconda delle mogli di Enrico VIII.  ma il matrimonio non durò a lungo. Anche lei come Caterina non riuscì a dare al sovrano l’erede maschio necessario per assicurare la prosecuzione del trono. Stanco della sua seconda sposa, Enrico VIII accusò Anna Bolena di adulterio, condannandola a morte. Dama di compagnia di Anna Bolena, Jane Seymour divenne così la terza delle mogli di Enrico VIII e fu peraltro l’unica che riuscì a dare al re l’erede maschio, Edoardo VI. Il legame durò però un anno, poiché la donna cadde vittima di una febbre puerperale poco dopo il parto. Enrico VIII aspettò più di tre anni prima di sposarsi per la quarta volta con la principessa tedesca Anna di Clèves nel 1540. Tuttavia, pochi mesi dopo le nozze, Enrico VIII accusò la nuova compagna di non essere giunta vergine al matrimonio, condizione imprescindibile per la validità del legame. La penultima tra le mogli di Enrico VIII fu proprio una delle damigelle di Anna di Clèves di nome Caterina Howard. Il 2 novembre 1541, però, l’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer consegnò a Enrico VIII una lettera contenente alcuni dettagli sul passato della nuova regina. Emerse così una precedente relazione  nonché un tradimento dopo essere già stata incoronata. Tutti i protagonisti vennero quindi giustiziati, compresa Caterina Howard che venne decapitata il 13 febbraio 1542. L’ultima moglie di Enrico VIII rappresentò invece la relazione meno complicata della vita del sovrano. Caterina Parr rimase accanto a Enrico VIII fino alla sua morte nel 1547.
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Morgantina tra storia e arte

Il prof. Paolo Barresi e il dott. Giuseppe Abbita hanno illustrato egregiamente la storia di quella che fu un’importante città sicula e greca riportata alla luce nel 1955

Relatore: dott. Paolo Barresi e dott. Giuseppe Abbita

L’archeologo Paolo Barresi  ha ricostruito la storia di Morgantina dall’età del ferro fino all’età ellenistica.

Con dovizia di particolari ha anche

 descritta la vita culturale e sociale 

del popolo dei Morgeti soffermandosi sulle loro attività quotidiane,  le loro rappresentazioni teatrali, le assemblee e le attività produttive.

Il dott. Giuseppe Abbita ha illustrato i tesori di Morgantina presenti nel Museo di Aidone, la  storia del loro ritrovamento, del loro trafugamento e della  loro restituzione alla città alla quale appartengono.

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20 ottobre 2011 – Inaugurazione Anno Accademico

20 ottobre 2011 Inaugurazione Anno Accademico

Interverrà S.E. Mons. Domenico Mogavero con la Lectio Magistralis ‘L’impegno della Chiesa nella nascita e nello sviluppo dello Stato Italiano’

Immagine riferita a: 20 ottobre 2011 Inaugurazione Anno Accademico