Relatore - redazione

Diredazione

Enrico VIII. Un regno, sei mogli

Il prof. Claudio Arresta, docente di lettere, ha ricordato la vita del Re inglese che fondò la chiesa anglicana al “Non possumus“ del Papa Clemente VII

Relatore: prof. Claudio Arresta

La separazione della Chiesa d’Inghilterra da Roma fu causata dal rifiuto di Papa Clemente VII di annullare il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona.
Enrico VIII chiese a Papa Clemente VII l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, sostenendo che il matrimonio fosse stato illegittimo e che avesse bisogno di un erede maschio. Clemente VII rifiutò, sia a causa del suo legame con l’imperatore Carlo V.  Enrico VIII è stato un personaggio chiave nella storia d’Europa della prima metà del Cinquecento.  La vita del sovrano è tuttavia segnata anche da una lunga serie di matrimoni, celebrati prima con l’obiettivo di ottenere un figlio maschio, e poi come strumento politico per garantire la stabilità del regno. Le sei mogli di Enrico VIII sono state tutte vittime del carattere scontroso del re, il quale le ha spesso condannate a morte con accuse false pur di liberarsene. Prima tra le mogli di Enrico VIII, Caterina d’Aragona era in realtà la sposa del fratello Arthur, il quale morì lasciando in eredità sia il regno, sia la compagna. La donna diede però a Enrico VIII una sola erede donna, la futura Maria la Sanguinaria.  Quando Caterina d’Aragona entrò in menopausa, il sovrano decise di rendere palese la sua relazione con  Anna Bolena che divenne la seconda delle mogli di Enrico VIII.  ma il matrimonio non durò a lungo. Anche lei come Caterina non riuscì a dare al sovrano l’erede maschio necessario per assicurare la prosecuzione del trono. Stanco della sua seconda sposa, Enrico VIII accusò Anna Bolena di adulterio, condannandola a morte. Dama di compagnia di Anna Bolena, Jane Seymour divenne così la terza delle mogli di Enrico VIII e fu peraltro l’unica che riuscì a dare al re l’erede maschio, Edoardo VI. Il legame durò però un anno, poiché la donna cadde vittima di una febbre puerperale poco dopo il parto. Enrico VIII aspettò più di tre anni prima di sposarsi per la quarta volta con la principessa tedesca Anna di Clèves nel 1540. Tuttavia, pochi mesi dopo le nozze, Enrico VIII accusò la nuova compagna di non essere giunta vergine al matrimonio, condizione imprescindibile per la validità del legame. La penultima tra le mogli di Enrico VIII fu proprio una delle damigelle di Anna di Clèves di nome Caterina Howard. Il 2 novembre 1541, però, l’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer consegnò a Enrico VIII una lettera contenente alcuni dettagli sul passato della nuova regina. Emerse così una precedente relazione  nonché un tradimento dopo essere già stata incoronata. Tutti i protagonisti vennero quindi giustiziati, compresa Caterina Howard che venne decapitata il 13 febbraio 1542. L’ultima moglie di Enrico VIII rappresentò invece la relazione meno complicata della vita del sovrano. Caterina Parr rimase accanto a Enrico VIII fino alla sua morte nel 1547.
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Morgantina tra storia e arte

Il prof. Paolo Barresi e il dott. Giuseppe Abbita hanno illustrato egregiamente la storia di quella che fu un’importante città sicula e greca riportata alla luce nel 1955

Relatore: dott. Paolo Barresi e dott. Giuseppe Abbita

L’archeologo Paolo Barresi  ha ricostruito la storia di Morgantina dall’età del ferro fino all’età ellenistica.

Con dovizia di particolari ha anche

 descritta la vita culturale e sociale 

del popolo dei Morgeti soffermandosi sulle loro attività quotidiane,  le loro rappresentazioni teatrali, le assemblee e le attività produttive.

Il dott. Giuseppe Abbita ha illustrato i tesori di Morgantina presenti nel Museo di Aidone, la  storia del loro ritrovamento, del loro trafugamento e della  loro restituzione alla città alla quale appartengono.

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20 ottobre 2011 – Inaugurazione Anno Accademico

20 ottobre 2011 Inaugurazione Anno Accademico

Interverrà S.E. Mons. Domenico Mogavero con la Lectio Magistralis ‘L’impegno della Chiesa nella nascita e nello sviluppo dello Stato Italiano’

Immagine riferita a: 20 ottobre 2011 Inaugurazione Anno Accademico

 

 

 

 

 

 

DiTobia Antonino

La pace non è tregua

Pace non tregua
L’etimologia della parola “Pace” in latino ha almeno due significati: pace da una
guerra e pace interiore. La radice è quella del verbo “paciscor” che significa pattuire,
accordarsi, stipulare, prendere un impegno. Pace può significare quindi uno stato
personale interiore psicologico, oppure assenza di conflitti interni o esterni.
Il termine tregua risale al latino medievale, e indica una sospensione temporanea
delle ostilità. Se sfogliamo un testo di storia , frequentemente incontriamo il
termine pace, laddove andrebbe usato il vocabolo tregua, dal momento che gli
uomini sono vissuti da millenni non in pace ma da una tregua all’altra.
Lucrezio nel De rerum natura ricorre alla dea Venere unita a Marte, dio della guerra
in un sensuale amplesso erotico, per chiedere al suo amante di concedere al popolo
romano di vivere in pace, e la dea dell’amore aggiunge con soavi parole che
addolciscano l’animo bellicoso del dio della guerra che la pace sia placidam,
non una pace intesa come tregua fra due guerre, bensì una pax
che intervenga nella coscienza dei Romani rendendoli miti , sereni e lontani dai furori bellici, pace come
condizione della mente e dello spirito.
Da ottant’anni in Europa siamo abituati a considerare la Pace un bene acquisito,
garantito alla nostra società per sempre.
E rimaniamo sconcertati quando la guerra ci coinvolge da vicino, anche se non interviene
nel nostro Paese direttamente.
Le democrazie, nate nel Vecchio Continente dopo il Secondo Conflitto Mondiale, sono
fondate sui diritti e sulla partecipazione dei cittadini, la cui vita è regolata da un
patto costituzionale, che garantisce la dignità della persona. Da ottant’anni tali
democrazie hanno compreso l’importanza di collaborare in una situazione di equilibrio politico
e del rispetto dei diritti civili attraverso il libero scambio commerciale e culturale.
           Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni,
antifascisti relegati al confino di Ventotene, già nel 1941, avevano elaborato un
nuovo progetto politico con il Manifesto per un’Europa libera e unita.
Tale Manifesto segnava l’atto di nascita del federalismo sovrannazionale, che avrebbe garantito agli
Stati europei la fine dei conflitti tra le nazioni, per giungere alla costituzione di uno
Stato Europeo federale, con un unico parlamento, un unico governo e un unico
sistema di difesa. Il processo federativo a passi lenti ha portato alla confederazione
di 27 nazioni, alla moneta unica, l’euro in circolazione in 20 stati membri dell’Unione
Europea, alla libera circolazione delle persone e delle merci, al progetto Erasmus
che fa sentire i nostri giovani parte di un’unica realtà statale; ma soprattutto, per la
prima volta nella storia del Vecchio Continente, il sogno federalista, pur se lontano
dall’essere tradotto in realtà, ha allontanato dall’Europa lo spettro della guerra che
torna a vivere quando si offusca la ragione e l’animo si inaridisce.
La guerra è la rottura di ogni equilibrio allorché un tiranno si erge a proclamarsi il più
forte e mira a fare grande la sua Nazione, col disprezzo di ogni vincolo umano. La
pace, al contrario, è equilibrio tra Stati che si rispettino e collaborino
reciprocamente in un pianeta che si consideri la casa comune. All’interno del singolo
Paese la pace è assicurata dalla tutela delle persone, dalla libertà di azione e di
parola, dal rispetto della dignità dell’individuo, nello spirito dell’eguaglianza dinanzi
alla legge.
La pace non è un dono concesso dall’alto, bensì un edificio da mantenere saldo fin
dalle sue fondamenta. Perciò, è necessario che ciascuno si faccia costruttore di pace
e si apra all’altro, con spirito di collaborazione, di solidarietà e di tolleranza. In tal
senso, la pace non è una semplice assenza di guerra, ma l’effetto di una costruzione
interiore.
« Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio »,
proclama Gesù nel Discorso della montagna (Mt5,9).
E questa è la voce che viene ripetuta con afflato civile e religioso dai pontefici del nostro tempo, rivolta agli uomini di buona volontà.
    Platone, nel dialogo La Repubblica, considerava la pace
come conseguenza della giustizia e Aristotele la collegava al vivere virtuosamente.
Senza ricorrere alle profonde considerazioni dei filosofi, il commediografo ateniese, Aristofane,
ha messo in scena nella sua commedia La Pace del 421 a,C, una rappresentazione
teatrale che oscilla tra l’umorismo e la dura realtà del momento che la Grecia stava
vivendo. Immagina che la dea della pace Eiréne, sia stata imprigionata da
Pòlemos, il dio della guerra, in una caverna ostruita da enormi macigni. Siamo nel periodo in cui le ostilità tra Atene e Sparta durante la guerra del Peloponneso avevano arrecato morte e distruzione fra le polis greche.
Un povero contadino, Trigeo, con l’aiuto del dio Ermes
riesce a liberare Eiréne , sicché il popolo può festeggiare il ritorno al
lavoro dei campi. Aristofane vuole sottolineare che sono infatti i più poveri, la gente
comune, le donne e i bambini a vivere in modo più drammatico la violenza della
guerra. La guerra è un affare di uomini, che non conoscono il dono e il privilegio
della maternità.
E ancora Aristofane nella sua celebre commedia Lisistrata
(colei che scioglie gli eserciti) lancia il suo accorato appello alla pace, credendo nella capacità
delle donne di porre fine alla guerra, quella del Peloponneso, all’indomani della
disastrosa spedizione della flotta ateniese in Sicilia. Il piano di Lisistrata è duplice:
Tutte le donne delle polis belligeranti si uniscono in un solo movimento, decise a
rifiutarsi ai loro rispettivi uomini, finché non fosse finita la guerra. Quindi occupano
l’Acropoli e s’impadroniscono del tesoro di Atene, per impedire che il conflitto venga
finanziato con i soldi che dovevano servire a costruire progetti di pace.
Il piano riesce. La pace tra Atene e Sparta viene siglata e un banchetto festoso celebra la
riconciliazione tra i due popoli, tra gli uomini e le donne.
La commedia è un inno alla pace, al superamento dei contrasti tra i popoli, un bene
supremo che deve essere difeso soprattutto ricorrendo alle donne, che gli uomini
hanno sempre considerato il sesso debole. L’umanità forse sarà difesa proprio dalle
donne, perché da loro nasce la vita e ne comprendono il valore fin dalla gestazione.
Bellum, in latino guerra, è un sostantivo neutro, privo di ogni genere, la parola
pax invece, conserva in sé il genere femminile.
E sulla possibilità di giungere ad una pace universale riflette Immanuel Kant nel suo
saggio “Per la pace perpetua” del 1795. Il filosofo tedesco analizza le condizioni
necessarie per raggiungere una pace duratura. Sostiene che la costituzione civile di
ogni Stato deve essere repubblicana, basata sulla separazione dei poteri, come aveva affermato già Montesquieu, per garantire una partecipazione democratica dei cittadini, che di per sé rifiutano la guerra, e possono opporsi al dispotismo dei sovrani che decidono le guerre per una irrazionale ambizione personale.
Nel Saggio Kant sostiene che il diritto interazionale deve essere fondato su un federalismo  di liberi Stati che attraverso il diritto e il dialogo diplomatico risolvano le controversie.
Tra i principi giuridici e politici propone la soppressione degli eserciti e la libera
circolazione degli individui che non debbono essere trattati ostilmente nel paese
straniero che visitano, anzi ogni individuo deve sentirsi cittadino del mondo, e
l’ospitalità deve essere considerata sacra, perché attraverso la conoscenza reciproca
si favorisce il commercio e si pone alla base di una integrazione pacifica a livello globale.
Per Kant non c’è idea di progresso umano disgiunta da quella di pace, e per
una pace che sia appunto duratura, quale naturale disposizione dell’uomo. di fronte
alla storia che i nostri giovani studiano come cronistoria di tutte le guerre,
intervallate da periodi di tregua. Da questa condizione di insicurezza permanente, gli
individui, osserva Kant, avevano il dovere morale di uscire per non continuare a
danneggiarsi a vicenda legati alla concezione hobbesiana dell’homo homini lupus.
Il diritto ha quindi per Kant una valenza intrinsecamente deontologica: l’abbandono
della guerra è un imperativo categorico, una questione etica che non riguarda più
solo il rapporto tra individui, come era per i giusnaturalisti, ma anche quello tra
Stati, esposti a conflitti e contrasti tra una tregua e l’altra.
Nella Prefazione alla Pace Perpetua del 1985 Norberto Bobbio commentava con un
certo scetticismo che “Kant aveva una concezione ottimistica della storia, una
concezione che oggi noi non abbiamo più.” Non si sbagliava.
La Società delle Nazioni, nata dopo la fine del Primo conflitto mondiale, e l’ONU,
fondata il 24 ottobre 1945, hanno tratto ispirazione dal saggio kantiano, anche se gli effetti non hanno garantito il prevalere della diplomazia sulla violenza della guerra e
tali organizzazioni non sono riuscite a sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni.
Il sonno della ragione genera mostri e l’uomo non si è liberato del suo stato di natura,
ancora homo homini lupus. A ragion veduta, quindi, tutti noi, cittadini del Vecchio
Continente, non dobbiamo smarrire la rotta che dalla fine del secondo conflitto
mondiale, ci ha reso pionieri e protagonisti di un modello politico nuovo, ispirato al
pensiero di Kant, gli Stati Uniti d’Europa.
Guerra è sinonimo di kaos, pace sinonimo di cosmo. Il kaos è il disordine, la pace è
l’armonia. Armonia era una divinità olimpica, figlia di Ares, dio della guerra e
Afrodite dea dell’amore, presso gli antichi Greci. Ares, Marte, ed Afrodite, Venere, li
ritroviamo nel pantheon romano, e rappresentano i due aspetti dell’animo umano,
lo spirito dionisiaco irrazionale e lo spirito apollineo, fatto di luce e di equilibrio.
L’armonia è la sintesi di questo processo dialettico.
Diamo quindi la voce ai poeti, a conclusione di questo mio intervento, con la lettura
di una poesia del drammaturgo tedesco che visse la tragica esperienza delle due Guerre mondiali:
I bambini giocano alla guerra, una poesia
sulla pace, che ci induce a riflettere sui drammatici momenti che stiamo vivendo, a
cui assistiamo con consolidata indifferenza:
I bambini giocano alla guerra
I bambini giocano alla guerra.
È raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
È la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.
Bertold Brecht
Dopo l’orrore della Seconda Guerra mondiale, Salvatore Quasimodo prende le
distanze dalla poetica ermetica della sua prima produzione, per una poesie civile di
denuncia della violenza umana. Così, la condanna della guerra e il desiderio di
lanciare all’umanità appelli che valorizzino la pace, la fratellanza e la solidarietà
diventano i temi predominanti. Ma è anche difficile affidare ai versi il dramma
umano. La poesia non ha più voce quando “il piede straniero
calpesta il cuore e uccide ogni sentimento umano di bontà. I poeti appendono ai rami dei salici le loro cetre che oscillano lievi al triste vento. I versi richiamano il Salmo 137 della Bibbia, allorquando i sacerdoti ebrei, oppressi dalla schiavitù babilonese, si rifiutavano di
cantare inni al Signore in terra straniera, e appendevano le loro cetre ai salici. La
denuncia della guerra è un appello che il poeta rivolge all’umanità:
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Giorno dopo giorno 1947
Nel 1945, al termine del secondo conflitto mondiale e davanti alle tragedie delle due
bombe atomiche che hanno lasciato attonito il mondo, la storia si è fermata: l’uomo
ha dimostrato quanto il suo stesso progresso poteva brutalmente farlo regredire.
IL poeta denuncia l’iato che l’uomo ha creato tra il suo continuo sviluppo scientifico,
capace di sottoporre la natura alla sua volontà e il progresso della coscienza, che
tiene in perpetuo stato di allerta il Caino che è in noi, nel nostro DNA.
La scienza, come macchina di guerra, è diventata un’arma, con il rischio che sfugga al controllo
dell’intelligenza umana, sempre più seminatrice di morte.
Dinanzi all’immane desolazione dello sterminio e della distruzione,
il poeta esorta i giovani a dimenticare i padri, dal momento che la storia non è stata maestra di vita.
L’unica speranza che apre uno squarcio di luce dinanzi al lamento d’agnello dei fanciulli e
all’urlo nero della madre che corre incontro al figlio crocifisso al palo del telegrafo è
che le nuove generazioni s’impegnino a costruire un futuro di pace e lascino che le
colpe del passato affondino nella cenere e ne cancellino per sempre il ricordo.
Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore
si legge nell’Epitaffio sulla lapide dei martiri dell’Olocausto nucleare di Hiroshima).
Le vittime della guerra non potranno più commettere errori,
noi vivi sì se continueremo ad oscurare le nostre coscienze.
Ma chi decide cos’è la pace, si chiede Paolo Mieli nella sua ultima pubblicazione.
Siamo sicuri che ciò che chiamiamo pace dal nostro punto di vista lo sia per tutti?
Dopo la guerra può esistere una pace giusta e duratura? La risposta che dà lo storico
è molto amara: La pace è solo una tregua se costruita sui rancori e i nodi irrisolti
della guerra precedente. Una pace ingiusta e imposta con la forza turba l’equilibrio
fra le nazioni e diventa l’humus da cui nasceranno altre violenze.
Palmiro Togliatti, segretario del PCI, in qualità di Ministro di Grazia e Giustizia, varò
nel 1946 l’amnistia per reati comuni e politici, inclusi molti crimini fascisti, con
l’obbiettivo di “pacificazione nazionale” e di stabilizzazione politica, un valido
provvedimento che espose il ministro ad un grave attentato, ma che evitò una
probabile guerra civile e consentì a tutti i cittadini e a tutte le cittadine di partecipare
alla vita pubblica della nazione.
I Padri costituzionali andarono oltre e nell’art. 11 della Carta costituzionale
sancirono:
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di
parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento
che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Lo spirito che anima la nostra Carta Costituzionale va oltre il diritto delle genti, in
quanto augura una sorta di palingenesi etica che entra in comunione con il secondo
grande comandamento della morale cristiana: ama il prossimo tuo come te stesso.
Non è solo un comandamento, ma rappresenta la chiave del futuro dell’umanità.
Libera Università “T. Marrone” 24 ottobre 2025
Prof. Antonino Tobia
Diredazione

Rebellamentum o congiura organizzata dai baroni siciliani?

Il giorno 7 Novembre scorso il prof. Leonardo Greco ha relazionato alla Libera Università di Trapani. Tema della sua relazione è stata la vicenda dei Vespri siciliani  che ha avuto luogo il Lunedi santo del 1282 a Palermo. Titolo della conferenza: “Rebellamentu o congiura organizzata dai baroni siciliani?”. Il relatore dopo avere introdotto l’importanza dell’antico documento da un punto di vista filologico oltre che storico, ha elencato tutte le dominazioni che si sono avvicendate in Sicilia dopo le guerre puniche. Ha poi messo in evidenza la concatenazione che ha favorito la presenza delle varie culture nel territorio siciliano a partire dall’arrivo degli arabi nel 827 d C., invitati dal comandante bizantino ribelle Eufemio,  per riguadagnare il suo perduto potere.

Foto 1 di 4Gli angioini arrivarono nel 1266, dopo la sconfitta di Corradino, il Re bambino, nella battaglia di Tagliacozzo

 I RAPPORTI TRA I SICILIANI E GLI ANGIOINI furono brevi e conflittuali. I francesi imposero una pesante pressione fiscale, confiscarono terre ai Signori, pretendevano sposare le figlie dei ricchi e ne sperperavano la dote, spogliavano dei loro averi anche i poveri, violentavano le donne ed uccidevano chi osava opporsi.

Era impossibile continuare così. Per tale motivo Il dominio angioino sull’isola, che durò appena 16 anni, (dal 1266 al 1282), fu sufficiente a far scoppiare una delle rivolte più celebri della storia europea.

Nel corso della sua esposizione il professore ha messo in evidenza che la rivolta del Vespro non fu un moto spontaneo dei siciliani, stanchi del malgoverno angioino ma piuttosto una congiura preparata in sede internazionale. A tale cospirazione avrebbero partecipato i governi europei dell’epoca come quello di Istanbul…o quello aragonese. Non c’è però alcun dubbio che ebbe grande importanza la partecipazione dei baroni isolani e dell’infaticabile Giovanni da Positano. Era costui un medico rinomato, formidabile oratore, che, viaggiando in tutta Europa, riuscì a convincere della necessità di intervenire contro Carlo I D’Angiò, cacciandolo dalla Sicilia. A tal uopo organizzò nei minimi particolari la scintilla che avrebbe infiammato gli animi degli isolani. Fu così che il 30 marzo del 1282, davanti la Chiesa del Santo Spirito a Palermo una giovane donna sia stata gravemente offesa da un soldato di nome Drouet che, alla ricerca di eventuali armi nascoste, la palpeggiò in maniera assai inopportuna. Pare che la donna fosse proprio la figlia di Giovanni da Procida fatta venire appositamente da Napoli.

Da Palermo la rivolta dilagò in tutte le città siciliane causando la morte di migliaia di francesi. Soltanto la cittadina di Sperlinga, nelle Madonie, non partecipò alla strage ma anzi dette rifugio agli angioini evitando per sei mesi di farli catturare.

Il relatore si è anche addentrato sulle vicissitudini della IX crociata che, partita da Aigües Mortes, in Francia, arrivò a Tunisi e si concluse in un disastro a causa della peste scoppiata improvvisamente. A guidarla era Louis IX, fratello di Carlo D’Angiò che perì n quella circostanza.  Sulla via del ritorno i crociati si fermarono a Trapani a causa di una tempesta e anche per l’aggravarsi del contagio, che aveva colpito gli stessi sovrani spagnoli Isabella e Teobaldo. Sulle navi, due bare: nella prima furono sistemati le ossa di San Luigi, nella seconda il cuore del Santo. Entrambi le casse furono sistemate nella chiesa dell’Annunziata, fuori le mura della città. Successivamente la cassa, con il cuore di san Luigi, fu lasciata a Monreale per essere tumulata in quella cattedrale. L’altra cassa, contenente le ossa, proseguì per Parigi, sempre via terra.

I Vespri furono così raccontati dal cronista Malaspina: “I vendicatori spietati gridavan che spegnerebber tutta la semenza francese in Sicilia; e la promessa orrendamente scioglieano scannando i lattanti sui petti alle madri e le madri da poi, né risparmiaron le siciliane gravide di francesi,  con atroce supplizio squarciarono il corpo e  sfracellaron miseramente ai sassi il frutto di quel mescolamento di sangue d’oppressi e d’oppressori”. 

Fu una strage… I palermitani si abbandonarono ad una vera e propria caccia ai francesi, alle loro mogli e ai loro figli. Nessuno fu risparmiato: bambini strappati dal ventre delle madri, religiosi trucidati, chiese e monasteri profanati…
Si dice che i siciliani, per individuare i francesi che si travestivano, ricorrevano a un tranello mostrando loro dei ceci: chi non riusciva a pronunciare correttamente la parola ciciri (“ceci”) ma diceva “scisciri” veniva ucciso.

REBELLAMENTU O CONGIURA  ORGANIZZATA DAI BARONI?

L’interpretazione del Vespro come rivolta spontanea contro gli Angioini,  fu una costruzione romantica dell’ottocento,  secondo gli ideali risorgimentali. Gli artefici della rivolta furono  Giovanni da Procida (il personaggio principale), Alaimo da Lentini, Gualtieri di Caltagirone e il trapanese Palmerio Abate, uno dei maggiori artefici dell’insurrezione.

 Fu firmatario del documento con cui i baroni siciliani invitavano Pietro III d’Aragona a venirli a liberare dall’oppressione angioina.

Palmerio Abate viveva nel cuore del quartiere antico di Trapani. La sua abitazione si affacciava sulla via Torrearsa, non lontano dal porto. Ogni sera, Palmerio si incontrava in segreto con Alaimo da Lentini e Gualtiero da Caltagirone presso una cappella nascosta dietro l’attuale Chiesa di San Lorenzo dove un frate li proteggeva dalle spie angioine.

Giovanni da Procida, l’anima della rivolta,  arrivò a Trapani travestito da mercante amalfitano. Venne ospitato da una famiglia alleata, forse i Fardella, in una casa vicino alla futura Torre di Ligny, vcino lo Scoglio del Malconsiglio.
Nel 1282 la torre di ligny non esisteva ancora. La torre sarebbe arrivata molto più tardi, quale fortificazione contro le incursioni saracene. Fu costruita nel 1671, durante la dominazione spagnola. Cosa c’era al suo posto? Al tempo dei Vespri, l’area era una stretta lingua di terra rocciosa sul mare.  il luogo era comunque un punto strategico e fu proprio sullo Scoglio del Malconsiglio che, secondo la leggenda, Palmerio Abate e i suoi compagni si riunirono per organizzare la rivolta.

Gli angioini non si rassegnarono mai alla perdita della Sicilia. Inutilmente lottarono contro gli aragonesi. Una battaglia importante tra i due popoli fu la battaglia della Falconara. Fu combattuta sulla piana tra Trapani e Marsala, distante dal mare 2 km.

Durante la battaglia le navi angioine erano disposte lungo la costa ma assolutamente impotenti. Quando nel corso dello scontro, fu chiara la loro sconfitta, gli angioini fuggirono precipitosamente verso le navi.

Sopravvissero in pochi. Molti furono fatti prigionieri. Quelli che riuscirono ad allontanarsi, si salvarono sulle navi giungendovi a notte inoltrata. La guerra si concluse con la pace di Caltabellotta nel 1302 nella maniera seguente: La Sicilia agli aragonesi – Napoli agli angioini – La riunificazione sotto gli angiolini dopo la morte di Federico III d’Aragona. La riunificazione del Regno tuttavia non si verificò mai. Il Parlamento Siciliano non ratificò il trattato e Federico d’Aragona rivendicò il titolo di re di Sicilia per il proprio figlio Pietro.

UN’OMBRA SULLA RIVOLTA  GIUDICATA EROICA

Il comportamento dei siciliani durante i Vespri è valutato in modo contrastante: da un lato: un atto di patriottismo contro l’oppressione francese, giustificato dalla necessità di liberarsi da tasse e soprusi. dall’altro lato: “massacri” e “violenza” evidenziano l’aspetto brutale e sanguinoso della rivolta. la storiografia francese ne dà un giudizio assai negativo: non si può ignorare la scelleratezza con cui furono assassinati i francesi. 1209  – 

MA… I FRANCESI FECERO DI PEGGIO CONTRO I CATARI.

I catari si autodefinivano boni christiani, perfecti  e si contrapponevano alla chiesa cattolica.

Massacro di Béziers:

il 22 luglio 1209 la popolazione della città fu trucidata per mano dell’esercito che intendeva sopprimere il catarismo dalla Linguadoca.

A CAPO DEI CROCIATI: L’ABATE DI CITEAUX, ARNAUD AMAURY.

L’esercito arrivò a Béziers il 21 luglio. il vescovo di Béziers cercò di negoziare per evitare spargimenti di sangue. Fu raggiunto un accordo: la città sarebbe stata risparmiata se si fossero consegnati tutti i suoi cittadini eretici;  purtroppo un’assemblea, tenutasi nella cattedrale, respinse la proposta. PERIRONO QUASI 20.000 PERSONE – I soldati invasero le strade, uccidendo e saccheggiando; neppure i luoghi sacri, come le chiese, fornirono protezione.

Quando si scoprì che gli eretici si nascondevano tra i cattolici ed era difficile distinguerli, domandarono all’abate: “Signore, cosa dobbiamo fare?”. L’abate rispose: Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi! Nessuno fu risparmiato indipendentemente da rango, sesso o età.

–  IL MASSACRO DEGLI UGONOTTI

La notte di Saint Barthélémie  è il nome della strage compiuta in Francia  nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572. Invitati alle nozze  tra Henri de Navarre e Marguerite, figlia della regina Cathérine de Médicis, circa 30.000 ugonotti furono assassinati a tradimento. Le nozze dovevano servire per riconciliare cattolici e ugonotti. La strage iniziò con l’omicidio di Coligny e altri leader ugonotti. L’ordine del re di fermare la strage il 24 agosto, non fu rispettato e il massacro continuò. Furono assassinati anche donne bambini.

La sainte Barthélémie è considerata  il peggiore massacro del secolo. Eventi come i Vespri Siciliani mostrano che la violenza può essere percepita come giusta risposta all’oppressione creando narrazioni eroiche che, tuttavia, non giustificano le atrocità commesse.

Diredazione

ESCURSIONE CULTURALE A CASTELVETRANO – GIBELLINA

In occasione dell’apertura del nuovo Anno accademico, il Consiglio Direttivo ha organizzato per Sabato 25 Ottobre 2025 un’escursione secondo il seguente programma:
ore 8.00 Partenza – Piazza XXI aprile
ore 9.15 Arrivo Trinità di Delia
ore 9.15 – 10.00 Visita guidata del monumento arabo-normanno e del mausoleo Saporito
ore 10.00 Partenza per Castelvetrano
ore 10.15 Arrivo a castelvetrano
ore 10.15 – 12.00 Visita guidata della chiesa di san Domenico-della Cappella Sistina della Sicilia e della tomba del “Magnus siculus”, il principe di Castelvetrano
ore 12.00 – Partenza per Gibellina vecchia
ore 12.30 – 13,00 Visita guidata del Cretto Burri
ore 13.00 – Partenza per Gibellina nuova
ore 13.30 – 16.00 Pranzo al ristorante Mood
ore 16.00 – 17.30 Visita guidata Museo delle trame mediterranee
ore 17.30 – 18.30 Visita guidata Museo di arte contemporanea (MAC)
ore 18.30 – 19.30 Opere d’arte all’aperto (Carla Accardi, Consagre, ecc.
ore 19.30 – 21.00 Ritorno a Trapani
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RISTORANTE – PIZZERIA – CIGAR LOUNGE – GIBELLINA
MENU PESCE
Insalata di polpo e patate
Polpettina di pesce
Caponata di pesce spada
Frittura dorata di anelli di calamari
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Risotto con vellutata di zucchine, gambero rosa di Sciacca e mollica tostata
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Busiata con spada, melanzane e mentuccia
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Sorbetto al limone
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Cannolo siciliano
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Acqua
Vino

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Gestione del sito

Il presente sito è gestito dal prof. Leonardo Augusto Greco

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Apertura Anno accademico 2025-26

            

Il gorno 24 ottobre p.v. alle ore 17.30, avrà luogo la cerimonia di inizio delle attività della Libera Università Tito Marrone.

L’inaugurazione di questo XIX anno accademico si terrà nell’usuale sede dell’Istituto tecnico industriale L. da Vinci a Trapani. Nel corso dell’incontro, il nostro Presidente, prof. Antonino Tobia, terrà una relazione sul tema della Pace:

                                                                                      “La pace non è tregua” 

ATTENZIONE

L’indirizzo del presente sito è:

www. libera-universita-tito-marrone-trapani.it

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Concluso l’Anno accademico 2024-2025

Con il concerto del Coro della nostra Università si è completato il XVIII anno di attività.

Sono stati esguiti brani popolari degli anni ’30 e ’40 secondo la scaletta seguente:

 

 

PRIMA PARTE

EULALIA TORRICELLI

SMILE

BAMBINA INNAMORATA

BESAME MUCHO

CAMMINANDO SOTTO LA PIOGGIA        

QUEL MOTIVETTO CHE MI PIACE…

LE SIRENE DEL BALLO

LA SPAGNOLA

 SECONDA PARTE

 IN THE MOOD (ritmomania)

MARAMAO PERCHÉ SEI MORTO

SILENZIOSO SLOW

TORNERAI

GELOSIA

ETERNAMENTE

MARECHIARE

FUNICULI’ FUNICULA’

CORISTI

ADAMO ROSA

AUGUGLIARO VITINA

BONANNO ANNA

CARUSO CARLO

CIOTTA MARIUCCIA

CIOTTA PINO

DI GENOVA FRANCO

DI GREGORIO PINA

EMANUELE MARIELLA

FONTANA ROSALBA

FORTUNA FILIANA

GRECO GIACOMA

MAGADDINO DINA

MICELI ANNA ELISA

MOCATA GIUSY

MONACO EDOARDO

MORFINO ROSA

NICOLETTI YLENIA

NORRITO ROSETTA

VIA RITA

UZZO SILVANA

Ha diretto il Coro  Giovanna Busacca

Al pianoforte:  Liviana Latino e Rosa Sanci

All’esibizione del Coro è seguita la tradizionale conviviale presso il ristorante “La caravella”

 

Nel corso della serata è stato pure premiato il tecnico collaboratore dell’Università, Rocco Barbara, con la consegna di un meritato attestato da parte del Consiglio Direttivo.

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Nuovo sito dell’Università

Si comunica che a partire dal mese prossimo le relazioni saranno pubblicate esclusivamente su questo  nuovo sito il cui indirizzo è: libera-universita-tito-marrone-trapani.it